New Music: “Trasnochar por Añoranza”

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Del Preambolo

Nel 2010 vissi sei mesi in Spagna, a Soria. Le giornate, che avrebbero dovuto prodigarsi tra lezioni e studio universitario, si sperperarono senza ritegno in tutt’altre faccende: i primi abbozzi di scrittura, le prime esplorazioni musicali, le prime nostalgie sentimentali e i conflitti che ne derivarono, quelli che a vent’anni ti sembrano guerre mondiali e a distanza di quindici ti fanno ghignare con un imbarazzo grottesco. Ero giovane e goffo, scarsamente equipaggiato per gestire distanze e relazioni, e ancor meno per tradurle in parole che avessero un qualche decoro. Fu in quei mesi, nella camera da letto d’un appartamento decadente e vagamente anni Novanta, che composi quello che fu con tutta probabilità il mio primo album: canzonette con la chitarra acustica, registrate male, stonate, con testi che definire obbrobriosi sarebbe un atto di clemenza. Alcune di quelle parole sono approdate nelle pagine di questo blog, sebbene abbiano subìto nel tempo modifiche, aggiustamenti e non poche misericordie editoriali. Ho riesumato quelle registrazioni — tutte — e le ho trasformate in questo terzo volume del progetto LIFESOVNDS: un altro album di lo-fi storytelling che vive, come i precedenti, su un doppio binario. Da un lato, chi cerca semplicemente un soffice tappeto musicale da stendere sotto le proprie giornate mentre fa tutt’altro; dall’altro, una narrativa sottesa, un contesto che può restare affidato all’interpretazione dell’ascoltatore oppure venire sbozzato nei paragrafi che seguono, con l’avvertenza che il termine “trama” è qui impiegato con generosità smisurata. Nei prossimi mesi, forse anni, ché la prolissità è nota, ogni canzonetta avrà il suo post dedicato, nel quale sciorinare idee, ispirazioni, tecniche e derivazioni sino allo sfinimento. Mio e della grammatica. Nel frattempo, mi limiterò a delineare il concept e gli strumenti principali di questo volume.

Della Lingua

Il titolo dell’album, Trasnochar por Añoranza, è un’espressione spagnola che non trova un equivalente diretto nella nostra lingua, e forse è proprio per questo che funziona. Trasnochar significa fare le ore piccole, restare svegli ben oltre l’orario in cui qualsiasi persona ragionevole si sarebbe già arresa al sonno; añoranza è la nostalgia nella sua forma più viscerale, quella mancanza che si pianta nel petto e non ha la cortesia di avvisare prima. Messe insieme, sono quelle notti in cui non si dorme perché i ricordi non lasciano in pace, perché qualcuno o qualcosa di lontano tiene la mente sveglia e lo sguardo fisso al soffitto. Chi ha conosciuto una stanza in un paese straniero, le sue crepe, le sue ombre, i suoi rumori, sa esattamente di cosa si tratta.
La scelta di rendere i testi in spagnolo è il richiamo più naturale e inevitabile a quel periodo. Quelle canzoni nacquero in Spagna, respirando spagnolo, vivendo in spagnolo, pensando, nei momenti più disarmati, in spagnolo. Sarebbe stato un tradimento riportarle in un’altra lingua senza restituire loro almeno il suono della terra in cui presero forma. Lo spagnolo, in questo album, non è un vezzo estetico: è la lingua in cui quelle emozioni si manifestarono per la prima volta, e in cui meritano di continuare a vivere. I titoli delle canzoni, a loro volta, sono traduzioni dirette dei titoli originali o derivano da alcune frasi di quei primissimi testi, quelli obbrobriosi di cui sopra, per intenderci. È un omaggio, certo, ma anche una naturale evoluzione: le stesse idee, gli stessi frammenti, ripuliti dal tempo e dalla distanza, che tornano con una forma diversa e una consapevolezza che nel 2010 non c’era. Come riscrivere una lettera mai spedita con la calligrafia di adesso, sapendo che il destinatario, nel frattempo, è cambiato. E anche il mittente.

“Caigo Como Lluvia” è la traccia #1 dell’album.

Della Storia

C’è poi una chiave di lettura che ho voluto cucire nella musica in modo più o meno subliminale. Non nei testi, ma negli strumenti. Sono loro i veri personaggi di questo album. La chitarra, quando scandisce accordi, è LUI: la sua presenza fisica in una stanza, il suo corpo che occupa uno spazio. Il pianoforte è LEI: il suo esserci, il suo entrare e uscire di scena. Quando gli strumenti a corda (violini, violoncelli, tutto ciò che non è il pianoforte) tessono melodie e assoli, quelli sono i discorsi di LUI, le sue parole, i suoi tentativi di dire qualcosa che abbia senso. Gli strumenti a fiato (sassofoni, trombe) sono invece la voce di LEI, le sue risposte, i suoi silenzi che parlano. La presenza o l’assenza di ciascuno strumento, dunque, non è mai casuale: delinea una scena. LUI che è presente e parla. LEI che c’è ma tace. LUI che parla da solo in una stanza vuota. LEI che risponde da lontano, o che non risponde affatto. Questo gioco si intreccia con le inferenze che il titolo di ogni traccia (spesso una frase, un frammento) evoca in concomitanza con il tenore degli strumenti: una chitarra che arpeggia sotto un titolo dolce racconta una storia diversa dalla stessa chitarra sotto un titolo amaro.

L’album è stato concepito per essere ascoltato in ordine, dalla traccia uno alla ventisette, come un racconto che si dipana lungo una traiettoria precisa. Ma non è altro che un suggerimento autoriale, non un obbligo: ogni canzone è una piccola storia a sé, e può vivere anche da sola, senza il peso di ciò che viene prima o dopo. Quanto alla trama (se così la si vuol chiamare) è la più semplice e banale che avessi potuto concepire: LUI e LEI sono lontani. Si amano, ma forse la distanza non era stata prevista con sufficiente anticipo nella loro relazione, o forse non era stata prevista affatto. LUI resiste, si aggrappa, tiene duro molto più a lungo di quanto chiunque gli consiglierebbe. LEI, invece, si allontana. Prima impercettibilmente, poi con una chiarezza che non lascia spazio a interpretazioni. LUI capisce che è finita. Resta solo. E forse, proprio alla fine (alla fine davvero) se ne fa una ragione.

Forse.

“¿Qué Sentido Tiene Todo Esto?” è la traccia #2 dell’album.

Del Processo

Una nota sul processo, per chi fosse curioso o masochista a sufficienza. Le tracce di ogni singolo strumento sono scritte da me. Alcune nascono da uno strumento vero e proprio (chitarra e pianoforte, i soliti complici), altre prendono forma sullo spartito di Guitar Pro, che mi consente di sperimentare con qualsiasi tipo di strumento senza possederne fisicamente nessuno, il che è sia una liberazione che un’ammissione di colpa. Da Guitar Pro estraggo le tracce in MIDI, che finiscono in Fruity Loops dove i vari plugin (Keyzone e compagnia) si occupano di dare alla cosa un suono meno robotico e più credibile. Da lì il percorso si ramifica a seconda delle esigenze: Audacity, principalmente per un paio di combinazioni e filtri che mi sono salvato nel corso degli anni e che ormai tratto come ricette di famiglia; Suno Studio, che dopo tentativi esasperati e parecchie imprecazioni sto riuscendo ad addomesticare per l’ottimizzazione delle singole STEM; poi di nuovo Fruity Loops per EQ, filtri di natura discutibile ed effetti lo-fi recuperati da pacchetti scaricati in momenti di entusiasmo notturno. Il mastering finale, ultimamente, lo affido a BandLab, più per le mie poche pretese e il poco tempo disponibile che per una scelta tecnica ponderata.

È la maniera migliore per creare questi brani? No, di sicuro. Non sono un produttore esperto e ci saranno mille passaggi che sbaglio, mille scorciatoie che un professionista troverebbe discutibili, mille dettagli che a orecchie più educate delle mie risulterebbero imperdonabili. Ma d’altronde, che mi importa? Il lo-fi, per definizione e per vocazione, non chiede perfezione. Chiede che ci sia qualcosa da dire (E nemmeno sempre). Il resto è arredamento.

“Mi Carolina Azul” è la traccia #3 dell’album.

Degli Intrusi

Le orecchie più esperte, o semplicemente quelle che hanno condiviso certe ossessioni musicali adolescenziali, potranno riconoscere nelle tracce qualche fantasma familiare. Nell’album originale del 2010, tra le canzonette autoprodotte, si erano infilate alcune cover acustiche di brani che all’epoca mi abitavano dentro con una certa prepotenza. In questo volume quelle cover sono state rielaborate e trasformate in chiave lo-fi, ma le ossa restano riconoscibili per chi sa dove guardare.

Si tratta, nello specifico, di quattro brani degli Alkaline Trio (“Fine”, “Blue Carolina”, “Dine, Dine My Darling” e “Continental”) e di “I Can’t Come Down” degli Embrace. Cinque canzoni che nel 2010 suonavano malissimo nella versione acustica di un ventenne in una camera da letto soriana, e che oggi suonano diversamente (non necessariamente meglio, ma diversamente) dopo essere passate attraverso quindici anni, una catena di plugin e una discutibile padronanza di Fruity Loops. Chi conosce gli originali potrà divertirsi a cercare le somiglianze e le divergenze; chi non li conosce, ne esca con cinque ottimi consigli d’ascolto.

“…Donde Sobra Corazón” è la traccia #4 dell’album.

Boh, Basta Direi

‘Sta roba è ovunque se la si cerca. Non sto a blaterare ancora.

Ciaone!

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