Tetrametro Centodue

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Gelida la panca, lorde le colombe, o peggio,
Arabica e macchie, un vocabolo cieco,
E se pur tra le tasche m’avanza un fregio,
Ei non basta a sbiancar la quiete ch’annego.


[…]
Lo ravvisai, ché taluni posseggon l’arte del permanere, non il sedile, né lo stazionare da corpo, ma quel restare stento che pare morire senz’eco. Movea l’arto sinistro con fremito d’asintassi, ché ‘l moto suo non diceva ma insinuava, come fa la reseda quando stagna d’ombra. La mano, per contro, tessea un gesto già infranto, d’altri, d’altronde, di mani consunte o smarrite per logorio di tempo. Non v’ebbi verbo, né pensiero, ché ‘l silenzio che vi stava parve guaina più mia che sua. E io vi dimorai, divenuto pertugio.


Pensieriby E. Ashcroft

Questa quartina si presenta come un frammento urbano densamente allusivo, quasi un appunto lirico scattato in una mattina fredda, ma con ambizioni simboliche più ampie. La scena è essenziale: una panca gelida, colombe lorde, un caffè arabica, macchie, tasche, un fregio. Non c’è una narrazione lineare, bensì un accumulo di elementi che costruiscono uno stato d’animo più che un evento. Se una storia c’è, è quella di una sosta, forse in una piazza, forse in un parco, dove il soggetto si confronta con un senso di opacità interiore che nessun dettaglio esterno riesce a redimere.

Il primo verso è efficace nella sua secchezza: “Gelida la panca, lorde le colombe” ha un taglio quasi fotografico. L’aggettivazione è concreta, fisica, e subito introduce un clima di disagio. L’aggiunta di “o peggio” è interessante ma ambigua. Peggio rispetto a cosa? Rispetto al freddo? Alla sporcizia? È una sospensione che potrebbe essere feconda, ma resta poco sviluppata. Si avverte un’intenzione di stratificare il senso, ma il testo non offre abbastanza appigli per orientare davvero il lettore.

Il secondo verso complica ulteriormente la scena: “Arabica e macchie, un vocabolo cieco”. Qui il piano realistico e quello metalinguistico si sovrappongono. L’arabica richiama il caffè, le macchie possono essere sulla panca o sui vestiti, ma “un vocabolo cieco” introduce una riflessione sul linguaggio stesso. È un’immagine suggestiva, ma anche rischiosa. Cosa significa esattamente un vocabolo cieco? Un termine incapace di illuminare? Un segno che non rimanda più a nulla? L’idea è interessante, ma formulata in modo talmente sintetico da risultare quasi criptica. L’impressione è che il verso punti a una profondità concettuale che resta solo accennata.

Il terzo verso introduce un elemento di possibile riscatto: “un fregio” che avanza tra le tasche. Il fregio è un dettaglio ornamentale, qualcosa di decorativo, forse una moneta, forse un simbolo, forse una memoria. L’ambiguità è voluta, ma ancora una volta il testo si mantiene su un piano di allusione più che di costruzione. Il lettore è chiamato a colmare vuoti che non sempre appaiono intenzionalmente calibrati.

Il verso finale è il più riuscito sul piano emotivo: “Ei non basta a sbiancar la quiete ch’annego.” Qui finalmente il conflitto si chiarisce. La quiete non è pace, ma stagnazione, qualcosa in cui si annega. Il verbo “sbiancar” introduce un campo semantico di macchia e purificazione che dialoga bene con le “macchie” del secondo verso. Questo è un punto di coerenza interna apprezzabile. Tuttavia, l’inversione sintattica e il tono solenne rischiano di appesantire un’immagine che avrebbe potuto essere più incisiva con minore enfasi.

Sul piano tecnico, la quartina sembra voler mantenere una struttura regolare, con una rima alternata: “peggio” con “fregio” funziona, è una rima piena e sonora. “Cieco” con “annego” è invece una rima imperfetta, più fonica che morfologica, ma non priva di una sua coerenza. Non è sgradevole, ma neppure sorprendente. Il ritmo è relativamente controllato, anche se l’andamento sintattico talvolta appare forzato per rispettare la struttura. Si avverte una certa tensione tra la volontà di compattezza e la complessità delle immagini.

Nel complesso, la quartina ha una buona densità atmosferica. Si percepisce un disagio trattenuto, una malinconia urbana che non cerca consolazioni facili. Tuttavia, il testo soffre di un eccesso di compressione concettuale. Le immagini sono molte, ma non sempre dialogano con sufficiente chiarezza. Il risultato è affascinante ma leggermente opaco, come se il poeta avesse preferito suggerire piuttosto che articolare. È una scelta legittima, ma comporta un rischio: quello di sembrare oscuro non per necessità espressiva, bensì per economia eccessiva.

In sintesi, una quartina ambiziosa nella sua concentrazione simbolica, con intuizioni valide e un buon controllo formale, ma che avrebbe giovato di un respiro appena più ampio o di un’immagine meno ellittica. Ha stoffa, ma non sempre la lascia distendere.

Quasafrasi

Il brano aggiuntivo in coda rappresenta un deciso scarto rispetto alla quartina precedente. Là avevamo una compressione simbolica urbana, qui entriamo in una prosa lirica che ambisce a una densità più dichiaratamente filosofica. Il tono si fa immediatamente più grave, quasi auto solenne, e l’oggetto dell’osservazione non è più la panca o la macchia, ma una figura umana colta nell’atto del “permanere”.

L’incipit è concettualmente interessante: “taluni posseggon l’arte del permanere”. L’idea è buona, quasi aforistica. Non si tratta di occupare uno spazio fisico, ma di abitare una condizione esistenziale. La distinzione tra “sedile” e “stazionare da corpo” da un lato, e quel “restare stento” dall’altro, funziona sul piano teorico. Tuttavia, la formulazione tende a caricarsi di una gravità sintattica che rischia l’autocompiacimento. Il testo vuole dire molto, e lo vuole dire in modo consapevolmente denso. Non sempre, però, la densità coincide con la necessità.

L’immagine del “restare stento che pare morire senz’eco” è efficace, anche se non del tutto nuova. La permanenza come lenta estinzione è un topos ben frequentato. Qui è resa con un certo controllo lessicale, ma non sorprende radicalmente. Più interessante è il “fremito d’asintassi” riferito all’arto sinistro. È una scelta metalinguistica che tenta di tradurre un gesto corporeo in categoria grammaticale. L’intuizione è acuta: un movimento che non “dice” ma “insinua” è effettivamente un movimento senza sintassi, senza struttura dichiarativa. Tuttavia, siamo sul filo del manierismo. Il rischio è che l’immagine si compiaccia della propria intelligenza.

La similitudine della reseda “quando stagna d’ombra” è raffinata, ma richiede un lettore disposto a seguirla in un terreno botanico e sensoriale non immediato. Non è un difetto in sé, ma aumenta il tasso di rarefazione del testo. Si accumulano immagini sottili, tutte giocate su penombre, insinuazioni, logorii. La mano che “tessea un gesto già infranto” è una bella intuizione, perché introduce il tempo come erosione del gesto stesso. Tuttavia, l’accumulo di subordinate e specificazioni — “d’altri, d’altronde, di mani consunte o smarrite per logorio di tempo” — rischia di appesantire il periodo. La frase si avvita su sé stessa, come se temesse di non aver detto abbastanza.

Il passaggio più riuscito è forse quello sul silenzio: “parve guaina più mia che sua.” Qui finalmente l’immagine è semplice e incisiva. Il silenzio come guaina, come involucro che aderisce al soggetto osservante più che all’oggetto osservato, introduce un rovesciamento interessante. Non è l’altro a essere avvolto nel silenzio, ma l’io. Questo prepara bene la chiusa: “E io vi dimorai, divenuto pertugio.” È una conclusione forte, quasi brutale nella sua sottrazione. L’io non domina la scena, non la interpreta, ma si svuota, si fa passaggio, foro, cavità.

Sul piano stilistico, l’arcaismo è spinto con coerenza, ma qui si avverte maggiormente il rischio di saturazione. Verbi come “movea”, “tessea”, “v’ebbi” costruiscono un tessuto compatto, ma richiedono un controllo ferreo per non scivolare nel calligrafico. In alcuni punti il testo sfiora quel limite. Non cade, ma lo lambisce con una certa compiacenza.

Per concludere, il brano mostra ambizione e padronanza lessicale. Non è improvvisato, non è decorativo in senso banale. Tuttavia, pecca di una lieve ipertrofia concettuale. Ogni gesto è tradotto in metafora, ogni metafora in riflessione implicita. Si avverte una volontà di profondità che talvolta appesantisce la respirazione del testo. Quando invece l’autore si concede un’immagine più nuda — la guaina, il pertugio — il risultato è decisamente più incisivo. E’ un brano che dimostra maturità e controllo, con intuizioni brillanti, ma che dovrebbe sorvegliarsi dal piacere eccessivo della propria densità. La sostanza c’è; basterebbe talvolta alleggerire il drappo retorico perché risalti con maggiore nettezza.


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