Nel sedime sgualcito d’una soglia sfiancata, sedeo, non mosso se non dal protrarsi molle d’un’inclinazione che fiaccava al garrese, l’arto proteso in scomposta renitenza, col fiato che s’imprigionava nel torace, sospeso d’in tra costole e ressa diaframmatica; il poggiolo scabroso faceasi sella d’una percezione di penombra, calata in membranule d’ombra tra il palastro e l’antico battente, ove s’annidava l’umidume d’una pioggina abortita, stillicidî rinsecchiti che scioglieano in tondi intrisi d’inedia. Dal fondo, nell’incavo del bricòlo arsiccio, filava un chiacchierìo di rocchetti inceppati, ché l’ingranaggio, spento e malvissuto, non offriva rotazione ma solo spasmo, replicando medesma torsione senza svolgersi mai, sfinendo in polverume d’attimi abortiti. Sulle piastre d’impiantito, l’asilo delle scarpe tracciava calcico acquitrino, strinato dallo scivolar vano d’un passaggio che non avvenne, ché la maniglia, ossidata e inchiodata in ruggine, offriva il moversi soltanto alla mente, e ‘l braccio, pur accennando, ricadeva in gesto privo di peso. Nella fenditura incardinata, pertugio in fasìa d’aria morta, rifrangeva un brusìo soffocato, monito che dicea senza suono: “n’esci, ché fuori t’attende la sfoglia in condensa d’un tempo strinato”; e stavo, sì, sittato, incistato ‘n febbre d’attesa, che claudicante invadea lombi e spina, facendone mezzorottame d’una tensione irrisolta. Ne’ pori del battente, conficcatosi ormai suono di gomitolo spento, quissà barrito strinato, quissà sol un nulla, ché l’orecchio, piegatosi al senza, più non sceglieva ma tratteneva; ed ì, trattenendo, sapevo che trattenere, come piovere, non prometteva mai fine.

Chi sa qual sia ‘l senso dell’anno scorso
Ov’ì non passai giorno sin vederti fianco
Ché colle lune spiovean male e rimorso
E or resta ‘l petricore e’l canto d’un culbianco.
Quasafrasi – by E. Ashcroft
Seduto sul basamento consumato di una soglia logora, restavo immobile, se non per il lento cedimento del corpo che piegava le spalle. Una gamba era distesa in una resistenza scomposta, e il respiro sembrava bloccarsi nel petto, sospeso tra le costole e il diaframma contratto. Il gradino ruvido diventava il sostegno di una percezione in penombra, scesa come un velo d’ombra tra lo stipite e l’antico battente, dove si era raccolta l’umidità di una pioggia mai davvero iniziata: gocce seccate, aloni rotondi impregnati di stanchezza. Dal fondo, nell’incavo di un vecchio meccanismo arso, proveniva un ticchettio inceppato: l’ingranaggio, ormai spento e malridotto, non girava più, ma si limitava a uno spasmo ripetuto, sempre uguale, senza mai compiersi, consumandosi in polvere di attimi mancati. Sul pavimento, le scarpe avevano lasciato una traccia calcarea, una specie di acquitrino asciutto, segnato dallo scivolare inutile di un passo che non si era mai realizzato. La maniglia, ossidata e bloccata dalla ruggine, permetteva il movimento solo nell’immaginazione: il braccio accennava il gesto, ma ricadeva subito, svuotato di forza. Nella fessura tra porta e stipite, sottile spiraglio d’aria stagnante, si rifrangeva un brusio soffocato, come un avvertimento muto che diceva: esci, fuori ti aspetta la superficie fredda di un tempo ormai contratto. E io restavo lì, seduto, quasi incistato in una febbre d’attesa che invadeva schiena e fianchi, rendendoli mezzo rottame di una tensione irrisolta. Nel legno della porta pareva incastrato un suono spento, forse un lamento soffocato, forse solo il nulla. L’orecchio, abituato al silenzio, non distingueva più: tratteneva soltanto. E io, trattenendo, sapevo che trattenere, come la pioggia, non promette mai una vera conclusione.
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