Si desta ‘l caffè fra tintinni e nuove cadute,
E io fin fingo ch’il vetro regga la veduta,
Vo’ rimestando ‘l mio nome tra ‘l fondo e le spute,
E mi dimando s’il cielo ha ancor tinte da paruta.

[…]
Movea l’àere co’ diti, due o tre, ma mai insieme, ché ‘l gesto non chiedea compagnia, solo ripetizione, come chi tastasse un ricordo nel vuoto o sondasse l’eco d’un’abitudine rimasta senza nome. Lo facea piano, col moto che s’ha per le cose che non parlano più ma ancor s’avvertono, come reliquie calde sotto ‘l cuscino, o quei fili d’aria ch’esitan prima di darsi al vento. E l’occhio mio, ch’è più vecchio del tempo che tengo, la scorse in quell’atto d’ostinazione dolce, ché non chiudeva nulla di visibile ma ciò ch’era forse prima, una forma senza origine, un’apertura che mai si schiuse. E pure la chiudea, con palma stanca ma precisa, un’invocazione di gesto, un rito più che moto, come chi sigilla ciò che non si scrisse mai. Le spalle le si piegarono adagio, non di fatica ma d’arco, ché si fece contenuta, rimpiccolita attorno a un centro che io non vedea, e restò così, come chi s’asside in sé stesso e non trova più il fondo. E io lì, muto senz’obbligo, co’ piedi che non chiedean partenza, e la mente piena d’un sussurro che non seppi dire, ma che sapeva me. Mi si formò, più che pensiero, una suggestione disarmata, che talune cose si serrano in tal maniera, col corpo ch’anticipa ogni sentenza e la mente che già fugge, per timor di conferma o per ritegno di dolore. E mi trovai, più tardi o mai, a far lo stesso, senza oggetto, senza soglia, senza fine. E se qualcosa si chiuse, fu forse ciò ch’io non fui più in grado d’aprire.
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