Mi volgo a te, ché sol mi basta il viso
Levare e riguardarti come nulla
Fosse avvenuto, e par ch’io scorga intriso
Nella tua grazia, che via non si annulla.
Chi sa, il veleno or è parte del sangue,
Forse ‘l vuoto dell’altrove ‘n è spavento,
E forse ì sono sol colui che langue
Per ciò che ‘n v’è, non pe’ lo che tengo.
Cadono ancor meriggi come quello
Che quivi cadde, ove nulla vince la fame
Ch’ho di gettarmi ‘n un nappo ribello
Di goliardìa, versi non scritti e brame
Ch’affogo in suo flutto, mastico ‘l lembo,
E lìvi formo un parere qual tuo viso,
Poi mi celo in poema di scorno, e ‘n grembo
Lo serro, ché nessun legge, che riso
E quanto vero; né tu, pe’ ser sincero,
Né io, confesso, tornerò mai a tali.
Arde intorno l’oggi, e magino l’emisfero
Ove risolvi scordar de’ nostri mali.
E non t’amo, ben so, qual non fai meco,
Orsù, ì o la cosa ch’ì sono divenuto;
Tutto stanzia nel perfetto ch’ancor reco
In li stornelli sul nostro mai compiuto.
E non mi manchi, mai un giorno manchi,
Ch’ogni d’essi, di fatto, trainoti a lato,
Che sia a trotto svelto o strascini stanchi:
Mi manca quando ‘n mi mancavi ‘n passato.

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