n.d.a.: su alcuni dei miei blog preferiti, che mi vedrò a citare ‘n coda a questo paragrafo, son usuali articoli che stimolano la creatività del lettore, sia solito ch’accidentale, dipinti ‘n forma di tautogrammi, haiku, racconti e variedeventualità che, secondo la bisogna, specificherò mano a mano. Ho preso l’abitudine d’accettare queste “sfide” letterarie che, sebbene costrette da catenacci-dovuteregoledelgioco, hanno ‘l lieto effetto collaterale di farmi esplorare ambienti poco consoni al mio scrivere, abbandonando l’ABAB a me ‘sì caro e speluccando tesauri come un piccione in piazza San Marco di fronte a un croissant errabondo. Proverò a recuperare e pubblicare quelle che reputo le mie imprese migliori e chi sa che tra esse non vi sia qualché di Vostro gradimento.
https://wordsmusicandstories.wordpress.com/ e https://inchiostroneroweb.com/ sono le mie muse inarrivabili per tali divertissements.
Estate a Stenti (Tautogramma Sillabico in “ST”)
Stupiti, stentavamo
A star stabili ‘n estate,
Strisciando stanchi
Sotto sterpi ostili,
Sostando straziati
Tra strade sterrate.
Stormi mesti
Stornellavano a stenti,
Strilli striduli che
Costanti restavano,
Stille astratte
Costellavano stoffe
Stropicciate.
Stupiti, stentavamo
(stupidi, constatavo)
Stando nascosti,
In ostinata stupidità,
In istanti statici;
Stretti restavamo
In strani ristagni,
Di stessa sostanza,
Di estate stremata.
Restammo ostaggio
Di costellazioni distanti,
Estranei e restii
A constatare istanti,
A contarli stanchi,
Que’ sterminati stati
Di estatica stasi,
E la stessa tristezza
E la stessa estate.

Estate a Stenti
Pensieri – by E. Ashcroft
Qui il vincolo non è un semplice ornamento: è l’architrave dell’intero testo. Il tautogramma sillabico in “ST” non è una scelta laterale ma la legge costitutiva della poesia. E, come sempre accade con le leggi severe, il risultato è un campo di tensione tra libertà espressiva e obbedienza fonetica. L’autore accetta il gioco, e lo fa con disciplina evidente. Ma proprio per questo è legittimo chiedersi dove il gioco si trasformi in invenzione e dove, invece, in automatismo.
Sul piano del significato, “Estate a Stenti” racconta una stagione di immobilità, più psicologica che meteorologica. Non è un’estate luminosa, né un’estate tragica: è un’estate stagnante. Si striscia sotto sterpi, si sosta straziati, si resta stretti in ristagni. Il lessico, costretto dalla sillaba dominante, costruisce un paesaggio di fatica, oppressione, immobilità. Non c’è un vero evento narrativo; c’è una condizione reiterata. L’estate non evolve, non esplode, non si consuma: si prolunga. È stasi, e la stasi diventa quasi un’entità ontologica.
Il contesto del divertissement è fondamentale per leggerla correttamente. Questo è un testo nato da una costrizione volontaria, e si sente. La reiterazione della sillaba “ST” produce un effetto ipnotico, quasi ossessivo. Nei momenti migliori, questa ossessione si traduce in coerenza semantica: la sillaba aspra e sibilante rinforza l’idea di attrito, di secchezza, di sforzo. “Stupiti, stentavamo” è un attacco efficace, compatto, fonicamente saldo. Tuttavia, in altri passaggi la scelta lessicale appare dettata più dalla necessità di rispettare la regola che da una reale urgenza espressiva. Si percepisce talvolta l’operazione combinatoria, la consultazione del tesauro, più che la necessità interna del verso.
Lo stile è compatto, allitterativo fino alla saturazione. Il testo vive di accumulo. Questo accumulo è una forza e un limite. Funziona quando crea un ritmo incalzante, quasi marziale, come in “Stupiti, stentavamo” o “Stretti restavamo / In strani ristagni”. Qui la ripetizione diventa battito. Ma quando la densità aumenta troppo, il senso rischia di appannarsi sotto la superficie sonora. Alcuni sintagmi appaiono più come esercizi di resistenza che come immagini realmente necessarie.
Dal punto di vista tecnico, la struttura è ben organizzata in blocchi stroficamente distinti, con una circolarità evidente: l’incipit ritorna, quasi a sottolineare la natura ciclica dell’esperienza. L’uso della parentesi “(stupidi, constatavo)” è uno dei momenti più interessanti. Qui il gioco fonetico si incrina in una presa di coscienza ironica. L’io che constata la propria stupidità introduce una crepa nel meccanismo, un’autocritica che salva il testo dal rischio di compiacimento puro. È una delle scelte più intelligenti della poesia.
Le rime tradizionali non sono il centro del progetto. La coesione è affidata quasi interamente all’allitterazione e all’assonanza interna. Questo rende la poesia meno “cantabile” nel senso classico, ma più percussiva. È un testo che si legge quasi per martellamento sillabico. Il finale, con la ripetizione di “la stessa tristezza / E la stessa estate”, chiude in modo coerente ma prevedibile. La ripetizione è tematicamente giustificata, ma non sorprende. Avrei forse desiderato una chiusura meno dichiarativa, meno esplicita nel ribadire ciò che ormai era evidente.
L’impressione complessiva è quella di un esercizio riuscito, solido, che dimostra controllo tecnico e consapevolezza del vincolo. Tuttavia, proprio perché è tecnicamente ben condotto, si può essere severi: la poesia convince più per disciplina che per rischio. L’estate stremata è resa con efficacia, ma raramente si avverte uno scarto imprevisto, un’immagine che scavalchi la regola invece di limitarsi a rispettarla. È un divertissement colto, coerente, anche ironico, ma resta consapevolmente entro i confini del proprio gioco.
In sintesi: un’operazione fonica brillante, a tratti incisiva, che sa cosa vuole dimostrare e lo dimostra con rigore. Manca forse quel momento di disobbedienza interna che trasformerebbe l’esercizio in necessità poetica. Ma, come prova di resistenza linguistica, è decisamente ben allenata.
Lascia un commento