Qwory #1

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Victoria

1.

La ragazza si alzò dalla sedia. La postura e i movimenti non tradivano alcuna platealità, fretta o insofferenza. Attraversò la sala poco illuminata con passo regolare, superando a zigzag i tavoli ancora occupati, fiancheggiando il bancone in legno dove alcuni avventori attempati ridevano troppo forte senza accorgersene. Quel pub, ormai, non la riguardava più.

Winston ristette per alcuni secondi che a lui parvero mezz’ore. Appoggiò sul legno scuro del tavolino il bicchiere da pinta, ormai dipinto astrattamente all’interno dai merletti irregolari che il lacing della terza IPA della serata aveva lasciato. Si eresse per seguirla, poggiò una banconota umida sotto gli occhi del barista che gli fece un occhiolino gentile mentre spillava altra ambrosia per i clienti rimasti. La porta si chiuse alle sue spalle con un rumore secco e metallico, troncando a metà il secondo ritornello di “Patent Pending” degli Heavens.

La strada davanti al Sir Francis appariva molto diversa da quella che li aveva accolti a inizio serata: era più larga, più nuda, come se il buio le avesse scrollato di dosso ogni dettaglio superfluo. L’aria era fredda ma immobile, senza il minimo respiro di vento, appoggiata tra le chiappe di cemento dei palazzi intorno. Victoria era ferma sotto l’insegna tremolante del locale. Per qualche istante rimase talmente immobile da far domandare al ragazzo se si fosse sentita male. Winston si arrestò a qualche passo di distanza, lasciando tra loro uno spazio a metà tra il prudente e l’intimo, uno spazio inevitabile. Lei infilò la mano nella borsa, scongelandosi dalla posa statuaria che aveva preoccupato Winston; non cercava nulla in particolare, voleva solo occupare quel silenzio surreale.

«Vado a piedi.», disse infine. La frase non aveva il tono di un monito o di una condanna. Era una constatazione, quasi un promemoria.

«Sì.», rispose Winston.

Non aggiunse altro. Non le chiese se fosse sicura, e non le propose alternative. Victoria annuì appena, come se la risposta fosse quella prevista e corretta. Gli diede le spalle senza tentennare e si incamminò lungo il marciapiede.

La strada era illuminata in modo irregolare: dal Sir Francis fino al primo incrocio vi erano almeno una dozzina di lampioni ma la metà erano completamente spenti. Winston si chiese se fosse un modo dell’amministrazione per risparmiare sulle bollette. Magari ne accendono metà un giorno e metà il giorno dopo. Avrebbe dovuto tornare due sere di fila per confermare la sua ipotesi. Oppure le lampadine erano andate. I lampioni avevano lampadine? Si chiedeva se anche Victoria si stesse facendo le stesse domande.

Si rispose nella testa immediatamente e scacciò ogni pensiero che non riguardava la ragazza. Questa camminava a passo deciso e filato ma non affrettato. Winston s’incamminò nella sua stessa direzione. All’inizio fu semplice dirsi che stava andando nella sua stessa direzione per pura coincidenza; era il percorso più diretto, quello che avrebbe scelto comunque per tornare a casa. Dopo pochi metri, tuttavia, si rese conto che stava modulando il passo al suo, permettendogli di mantenere una distanza costante – non abbastanza ridotta da sembrare un’agente della scorta e non sufficiente a suggerire fossero solo due passanti con lo stesso itinerario. La città notturna parlava in frammenti: un gruppo di ragazzi dai vestiti eleganti chiacchierava sotto un portone, una finestra di un secondo piano sparava luci colorate a ripetizione, un auto dalle minigonne lucide passò forse troppo velocemente. Nessuno prestava attenzione a loro due, non più di quanto loro due ne prestassero al resto.

All’incrocio, Winston decise di rimanere qualche passo dietro di lei, in attesa dell’omino verde lampeggiante. Quando apparve il segnale, attraversarono a passo deciso le strisce, nemmeno due fari di un’auto a ricalcarne il percorso. Winston osservava la postura della ragazza, il modo in cui teneva le spalle, leggermente contratte verso l’interno, come se stesse trasportando in braccio un vaso di cristallo. Un camion frantumò il torpore del suo flusso di pensieri. Gli abbaglianti accesi inondarono uno spicchio dell’incrocio, le strade si dissolsero in una luce bianca, piatta e violenta. Winston serrò gli occhi e girò la testa verso quello che sembrava un angolo di mondo non colpito da quella meteora.

Quando riaprì gli occhi davanti a lui, Victoria era ancora lì, alla stessa distanza, con l’andatura di chi non è stata disturbata o ferita dal lampo artificiale di un pericolo della strada. La presenza della ragazza, mentre lui tornava a modulare il passo per sincronizzarlo al suo, gli diede una sensazione di continuità che non si aspettava. Camminavano come due persone che condividono uno spazio nella maniera più ordinata possibile. Ogni tanto Victoria rallentava il passo per superare una radice sporgente di un pioppo, per evitare una pozza di quella che sperava fosse acqua, e Winston la imitava, evitando di aggirare gli ostacoli per non intaccare la costanza di metri che li separavano. Passarono davanti a un’enorme vetrina spenta e scura. Il vetro rifletteva le loro sagome in una maniera deformata, quel poco che bastava per rendersi conto che non erano le loro proporzioni reali quelle spiaccicate all’inverso nel vetro. Winston seguì quelle due lunghe e secche gambe a spillo che scandivano il suo stesso passo, continuando a ruotare la testa anche dopo aver superato la vetrina, come se si aspettasse di vedersi ancora, da dietro, camminare. Victoria non ci fece caso. La strada mutava gradualmente, i locali e i negozi lasciavano spazio a edifici residenziali, portoni illuminati sofficemente, cancelli chiusi, finestre blindate e buie. Il masticare dei loro passi si fece più netto e ogni singolo scostamento dalla sincronizzazione era una dissonanza che alterava alquanto il ragazzo. Winston sentì il bisogno di graffiare quella lastra di ghiaccio che torreggiava tra i due corpi, non per dire qualcosa di utile o necessario, ma per verificare che la possibilità di parlare esistesse ancora.

«Fa freddo…», sputò con un volume che gli parve esagerato.

Victoria annuì senza fermarsi. A Winston sembrava di aver sentito un “Sì” ma non ci avrebbe giurato. Non era una risposta scortese. Era semplicemente priva di appigli.

La notte tornò a cadere tra i passi ormai ben distinti di quattro scarpe. Winston si scoprì ammaliato da dettagli inutili: una crepa nell’asfalto, un sacchetto di carta bucherellato abbandonato vicino a un cassonetto, l’ombra irregolare di un albero appena potato, una sigaretta schiacciata per terra fumata per uno o due tiri; era un modo per evitare di concedersi all’affrontare quello che stava accadendo.

O meglio, ciò che stava lentamente smettendo di accadere.

Attraversarono un altro incrocio, poi un altro ancora. La città pareva ripetersi senza fantasia. Victoria non cambiava ritmo nell’andatura, ogni falcata vantava la stessa precisione e determinazione di quella prima. Winston, dal canto suo, sentiva le cosce calde, cominciava a non sopportare la soletta delle Vans che sfregava con i calzini sottili che aveva indossato, e le note tropicali dell’ultima pinta erano ormai solo un’eco sulla lingua secca.

«È tardi.» disse Victoria, senza fermarsi o voltarsi. Non era una constatazione asettica. Era un modo per delimitare il tempo rimasto.

«Già», rispose Winston. Non aggiunse altro. Aveva la sensazione che qualsiasi parola in più avrebbe introdotto una richiesta implicita che non era pronto a formulare. Il silenzio tra i due non era il semplice sonno della città o l’inerzia d’una serata satura di dialoghi. Era un sacco chiuso stretto pieno di cose non dette, o mai dette, o ancora da dire. Quel tipo di silenzio che non ti piomba addosso all’improvviso. Quel tipo di silenzio che nasce dai rinvii, dalle omissioni, dai momenti opportuni, dai rimorsi, dagli armistizi. Arrivarono in una strada pulita e deserta. O almeno così sembrava ai loro occhi, visto che tutti i lampioni di quella zona erano completamente spenti. Solo la luce lontana di un incrocio dai mille semafori permetteva ai ragazzi di delineare il confine tra marciapiede e carreggiata.

Victoria si fermò.

Non disse nulla. Restò immobile con lo sguardo rivolto in avanti, un bis di quando Winston la vide appena fuori dal locale.

Winston la imitò a pochi passi da lei. La distanza che li separava sembrava stabilita dalla legge. Per qualche secondo nessuno dei due si mosse. Winston ebbe la sensazione che quello fosse un punto preciso, una soglia, una sorta di simbolo. Nella testa scorreva l’immagine mentale di quella strada durante il giorno per cercare un segnale della solennità che Victoria pareva aver impresso in quel suo fermarsi brusco.

Victoria fece un passo avanti.

Poi un altro.

Winston rimase dov’era. Non fu una scelta deliberata. Semplicemente non si mosse. Osservò Victoria allontanarsi di qualche metro, poi di altri ancora. La sua figura si fece meno definita, assorbita dal buio che ne mangiucchiava i contorni.

Avrebbe potuto chiamarla. Abbozzare il suo nome in un volume da essere umano che non avrebbe svegliato il quartiere. Qualsiasi cosa che interrompesse quella separazione tanto silenziosa quanto spietata.

Non lo fece.

Rimase fermo finché Victoria non svoltò all’angolo e scomparve dalla sua visuale. Solo allora si rese conto di essere solo. O forse ora era scritto a caratteri cubitali difficili da ignorare fissando una crepa sull’asfalto o un sacchetto di carta. La strada davanti, improvvisamente, gli parve ancora più lunga, ancora più fredda, ancora più vuota.

Si voltò lentamente, come se stesse cercando qualcosa, gli capitò di pensare che la stesse cercando dietro di lui, come se avesse fatto il giro dell’isolato per apparirgli alle spalle. Schiacciò le labbra una sull’altra e riprese a camminare nella direzione opposta, esalando un lungo sbuffo dalle narici.

tratto da “Qwory“, a Marco Delrio & Vox Lupi project

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