S’appannava la trasudanza da scaffale, ché tra vetri lacrimati e fiati d’olio stantìo s’addensava la salacità incotta d’un’aria che non sorvola, ché ‘l soluto di que’ corpi incistati più non sfolla ma si rapprende, si placa ‘n torbescenza e si fa frutto secco d’un’essudazione rimasta, e nel diafagno scantonato d’un’ampolla strinata su la plancetta d’un canterano abrado, rimbalzava la flocsia inarcata d’una fluorescenza da revulsione, ché ‘l brillare, lìvi, non discendea per emissione ma pe’ rigetto. Una zolla di latice fuligginoso, ficcata tra stipite e scalmiera, colava l’emanazione in trame saturate, ché la saldatura atmosferica qui si tesse in strati e si fa epilìte, pellicola da innesto, screpolatura epidermica d’un tatto che più non avviene; ché il calorico medesmo, ne’ raggiri dell’ambiente, non infonde né agglutina: decanta, s’assiede, fermenta. Sul carniccio, ‘n tessile da spalliera ortopedica si facea crosta, schienata da un’assenza ‘n decubito, ché nessuna struttura anatomica più vi s’appoggiava, e il molleme si compattava in flessione statica; sotto, d’in tra i filacci a torsione elicoide, la ciotola a becco, calcificata e striata da passaggi, facea contrappeso a ogni inclinamento, pur senza baricentro animato. Di traverso, si sentiva il battimuro ligneo ch’ei mobili, quan sono veterani e sciolti, levano per sfinimento: non grattano, si fossilizzano in vibrazione compressa. Fra flaconcini a parete raggrinzita, trasudava l’agglomero d’un odore da poltiglia cottiva: ruvido, forse oleo-resinoso, forse distillato d’un bulbo sfiatato, ché l’olfatto, se smarrito da tempo, più non interpreta, suppone. E sul collarino scabro d’una fiala incrinata, s’affacciava lo stillo lattescente d’un diafanismo sin funzione, parvenza d’un qualché che volea dire nome, ma ‘n parlava: pendeva. E la semireflessione d’un vetrucolo sbavato non rifletteva piute, ché l’onda stessa ch’era parsa luce si facea margine di massa. Accadde che, tra la glossa dello spessore e la subduzione d’un sussurro ambientale, qualcosa si stornasse per flesso. Lìvi, in quel flesso, si fece il tutto, com’un tessuto di passaggi non percorsi e che mai, seccati, più torneranno liquidi.

Balugina, in tra ‘l livore e ‘l tin di disìo,
La speme ch’iva ‘ngombrando le stanze
Sin discerner la differenza tra lo svanir mio
E ‘l tuo sfumare d’assenze e lontananze.
Quasafrasi – by E. Ashcroft
A seguire, una versione meno “parkeriana” del testo.
L’aria intorno agli scaffali era appannata: tra vetri rigati di condensa e l’odore di olio rancido si accumulava una pesantezza stagnante, un’aria che non circolava. Le sostanze lasciate da corpi e oggetti non si disperdevano più, ma si addensavano, si depositavano in una torbidità immobile, diventando il residuo secco di un’umidità rimasta lì troppo a lungo. Nel vetro scheggiato di una piccola ampolla, stretta su un ripiano di un vecchio canterano rovinato, rimbalzava una luce innaturale, curva, quasi violenta: non una luminosità che si diffondeva, ma un riflesso respinto, come se la luce venisse rigettata. Una massa scura e lattiginosa, incastrata tra il telaio e la struttura, colava lentamente, saturando l’aria: qui l’atmosfera si stratificava, formando una pellicola sottile, una specie di pelle screpolata, il segno di un contatto che non avveniva più. Anche il calore, in questo ambiente, non univa né scaldava: si depositava, si fermava, fermentava. Sulla spalliera rivestita di tessuto si era formata una crosta rigida, modellata dall’assenza di un corpo che non vi si appoggiava più; il materiale si era compattato in una piega immobile. Sotto, tra fibre attorcigliate, una ciotola con becco, indurita e segnata dall’uso, faceva da contrappeso a ogni minimo spostamento, pur senza che vi fosse più alcuna presenza viva a darle senso. Di lato si percepiva il rumore sordo del legno che cede lentamente: i mobili vecchi, quando sono consumati, non scricchiolano più, ma vibrano in modo stanco, come fossilizzati nel movimento. Tra piccoli flaconi dalle pareti raggrinzite si diffondeva un odore denso e cotto, ruvido, forse oleoso o resinoso, forse residuo di una sostanza evaporata; l’olfatto, da tempo disabituato, non riusciva più a riconoscerlo, poteva solo immaginarlo. Sul collo irregolare di una fiala incrinata colava una goccia lattiginosa, priva ormai di funzione: sembrava voler significare qualcosa, ma restava muta, sospesa. Il vetro opaco non rifletteva più: la luce stessa, invece di apparire, diventava un bordo denso, quasi materia. Accadde allora che, tra la percezione confusa dello spessore delle cose e il lento ritirarsi dei rumori dell’ambiente, qualcosa cedesse leggermente. In quel cedimento, tutto si compattò: come un insieme di passaggi mai percorsi che, una volta seccati, non torneranno più fluidi.
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