Trialoghi Icastici #378

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11/07/1924 – ore 08:09 – appunti sparsi
Ch’è vero ch’ì mi promettei dell’estinguere ogni qualsivoglia tributo o pur villano memoriale a lo che in l’ultimi anni di me ha fatto, in prologo, un involucro immondo e, di chiusa, un gentile ch’alli erri del fu ha spremuto fin l’ultima lezione; dassi caso che cotanto mio contar panzane ancor non scema nello ch’in cada meriggio veo compagnarmi al tocco dell’ore che vanno, lineando l’infausta attesa che pur ricca di speme non pote altro ch’alterarmi pe’ la vacuità d’una cagione razionale. Allorché dare un poco di corda e lassare ch’il fosco svalli fin di me sopra, fino tirarmi allà, ov’ancora Ella veo, dressata come sa solamente chi del divin parco ha camminato longo, scrutando lo ch’era e lo ch’ha di che ser. Nel chiarore del ben sentirmi, milliaia d’ore dell’ultimo calice assuefante o dell’insonnie inferme, longhi e sin commenti stanno li elenchi de’ motivi pei quali a interi mondi avulsi dovemmo giacere, or che pure l’astio e il morso in me s’han resi. Ma nello medesimo chiarore rintona severa ancora la eco di tutto lo che di munifico e nobile avemmo affermato sin cagione d’inganno. Ed ì paio morire novamente di volta ancora nello ammettere ch’ha di che sostare e chiedere pesa codesta di me parte ch’ancora non so esplicare.

dai Diari di Arthur Parker, Libro Secondo, “Trialoghi Icastici”

Quasafrasi – by E. Ashcroft

A seguire, una versione meno “parkeriana” del testo.

È vero che mi ero promesso di cancellare ogni tributo, ogni ricordo anche grossolano, di ciò che negli ultimi anni mi ha trasformato, all’inizio, in un involucro confuso e, alla fine, in qualcuno che ha spremuto dagli errori passati fino all’ultima lezione possibile. Eppure accade che questo mio raccontarmi storie non diminuisca affatto, soprattutto quando, ogni pomeriggio, mi ritrovo a fare compagnia al rintocco delle ore che passano, disegnando un’attesa sfavorevole che, pur carica di speranza, non può fare altro che agitarmi per la mancanza di una ragione davvero solida. Allora allento la presa e lascio che l’ombra scenda su di me, fino a trascinarmi là dove ancora la vedo: composta come solo chi ha camminato a lungo in un parco sacro sa esserlo, intenta a osservare ciò che è stato e ciò che potrebbe ancora essere. Nel momento in cui mi sento lucido e presente, migliaia di ore trascorse tra l’ultimo bicchiere che dava assuefazione e le insonnie malate restano lì, senza bisogno di commento, come un elenco infinito di motivi per cui siamo rimasti distanti da interi mondi, ora che anche l’astio e il dolore si sono attenuati dentro di me. Ma in quella stessa lucidità risuona ancora, severa, l’eco di tutto ciò che di generoso e nobile avevamo proclamato, e che poi si è rivelato ingannevole. E mi sembra di morire ancora una volta nel dover ammettere che questa parte di me, che ancora non so spiegare, continua a fermarsi, a esitare, a chiedere.


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