Tetrametro Novantanove

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Abbruna il pane ch’ho_obliato la rotella,
E la bruma striscia i vetri, piana e lieve,
Parlo a nessuno pe’ ‘n po’, come per stella,
E m’accade ‘ncore, sai, ch’un nome non si beve.


Pensieriby E. Ashcroft

Questa quartina si muove in un territorio che potremmo definire del quotidiano incrinato, dove il gesto minimo diventa pretesto per una riflessione che resta volutamente laterale, mai frontale. Non racconta una storia compiuta, bensì una sequenza di accadimenti domestici che scivolano l’uno nell’altro fino a produrre un piccolo cortocircuito emotivo. Il pane che brucia perché la rotella è stata dimenticata non è un incidente narrativo, ma un segnale. L’oblio è già lì, incorporato nell’azione più banale, e da quel momento tutto il resto del testo si organizza attorno a una distrazione che è mentale prima ancora che pratica.

Il contesto è quello di un interno mattutino o comunque raccolto, attraversato da una bruma che non si limita a stare fuori ma “striscia” sui vetri, insinuandosi, quasi partecipando allo stato d’animo del soggetto. Il parlante non ha interlocutori, e questo è esplicitato senza enfasi. Parlare a nessuno diventa un’abitudine, un gesto che ha bisogno di una giustificazione fragile, “come per stella”, espressione suggestiva ma volutamente vaga, che richiama un orientamento simbolico più che reale. Non si parla per comunicare, si parla per non dissolversi del tutto.

Il nodo più interessante arriva nell’ultimo verso, dove l’esperienza quotidiana si condensa in una constatazione amara e concreta: un nome non si beve. È una frase che suona quasi proverbiale, ma non cerca l’aforisma. Funziona perché arriva tardi, dopo una serie di immagini fisiche, e perché nega implicitamente una possibilità che il testo ha appena evocato. Il bere, gesto consolatorio e ripetuto, non basta a inglobare l’assenza nominata. Il nome resta lì, impronunciabile e soprattutto ingestibile. In questo senso, la quartina racconta una microstoria di rimozione fallita.

Lo stile è fortemente segnato da un impasto linguistico che mescola arcaismi, elisioni e inflessioni colloquiali. Questa scelta è coerente, ma non sempre equilibrata. Alcune soluzioni risultano efficaci, come “abbruna” o “obliato”, che danno spessore al gesto iniziale. Altre, come “pe’ ‘n po’” o “’ncore, sai”, rischiano di avvicinarsi a una teatralità un po’ compiaciuta, come se il parlante sentisse il bisogno di ricordare al lettore la propria voce. Il rischio è quello di una coloritura eccessiva che attira l’attenzione sulla forma più che sull’attrito emotivo sottostante.

Dal punto di vista tecnico, la quartina regge bene la sua struttura. Il ritmo è fluido, sostenuto da enjambement morbidi e da un lessico che privilegia la continuità sonora. Le rime seguono uno schema incrociato. “Rotella” e “stella” funzionano senza particolari scosse, una rima corretta ma prevedibile. Più interessante è l’accoppiata “lieve” e “beve”, che mette in dialogo un aggettivo atmosferico e un verbo concreto, quasi brutale. Qui la rima non si limita a chiudere il verso, ma crea una frizione semantica che rafforza l’ultimo colpo.

L’impressione complessiva è quella di un testo riuscito nella sua intenzione di restare basso, laterale, dimesso. Non cerca grandi dichiarazioni, e questo è un pregio. Tuttavia, si percepisce una certa autocompiacenza nel timbro, come se il testo sapesse già di essere “giusto” nella sua malinconia e si concedesse poche vere asperità. Funziona, colpisce, resta in mente, ma potrebbe osare un filo di più, soprattutto sul piano dell’immagine finale. Così com’è, è una quartina solida, consapevole, leggermente troppo sicura della propria voce, ma capace di dire qualcosa di vero senza alzare il tono. E questo, in poesia, resta comunque un merito non trascurabile.


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