05/07/1925 – ore 22:01 – appunti sparsi
Sì mi par ch’abbia diseo pur lo spirito, lo ch’or traggo in le carni macilente, de’ taluni cangiamenti ch’a tempo addietro venian ben divinati e pretesi. Andossene leco la di me nebbia e in essa le millanta mascare che facean del poeta nulla più che anonimo ciotto di vico ’sì simile all’altri. Qual che sian codeste mute, che grevi o lasche s’intrino ai dì, ancora mi procuro del conseguirle nello di oramai perenne cimento cotidiano, d’un poco savio e rinfrancato a cada vespro novo. Che pur non m’abbia convertito né redento né tirato for d’alcova alcuna, e che le scosse sian più d’una guazza e meno d’un terremoto, ben noto m’è. Si discioglie ’n me lo bracere delle pretese vetuste, e que’ rigurgiti d’altri stili che più pareano zazzere d’altrui gettate a coprire lo mio capo d’incertezze. Ho decomposto pe’ bene lo manichino, tolto l’ossature imposte, e di ciò che resta, fo tutt’ora un commisto d’ossame sparso d’in tra le nervature posticce, ché non m’è ancor dato sapere che forma indosserà ‘l mio statuto, né che voce s’aggiusterà a la gola, ogni dì un poco piute scortichiante. Or, ciò ch’è novo in me, più che ‘l dire o lo sapere, pare ser la flemma del ritento, la poco sonante fermezza che ‘n chiede di piacere. Onde, se pure ricasco ne’ vezzi d’un giorno, se me stesso derido pe’l foglio incolonnato di sùbito e dappoi disfatto, piute ‘n flagèllomi. La cera mia s’è fatta molle ma ‘n cieca, e di ‘sittàle sgretolarsi consapevole m’acqueto. Pàremi d’esser anco ora quel ch’ero, ma sotto v’è un gorgo che m’è proprio e non imitato. E se mai verrà chi me ne dimandi, porgeròlli non risposte ma rottamaglie, ché son questi brandelli, e non sentenze, bàdisi, lo verace sedimento di ciò ch’oggi sono tentato di chiamar, senza speme né scherno, mutamento.
dai Diari di Arthur Parker, Libro Terzo, “Contraddizioni Epifaniche”

Quasafrasi – by E. Ashcroft
A seguire, una versione meno “parkeriana” del testo.
Mi sembra che persino lo spirito abbia desiderato ciò che ora sento nella carne stanca: alcuni cambiamenti che in passato avevo previsto e quasi invocato. Se ne è andata con loro la mia nebbia, e dentro quella nebbia le innumerevoli maschere che rendevano il poeta poco più che un anonimo passante, uguale a tanti altri. Qualunque siano queste trasformazioni, che entrino nei giorni con peso o con leggerezza, continuo a cercarle in questo esercizio quotidiano che ormai non si interrompe, un po’ più lucido e un po’ più saldo a ogni nuova sera.
So bene che tutto questo non mi ha convertito, né redento, né liberato da alcuna prigione, e che questi scossoni somigliano più a una rugiada che a un terremoto. Dentro di me si sta spegnendo il fuoco delle vecchie pretese, insieme ai rigurgiti di stili altrui che sembravano solo parrucche gettate sulla mia testa per coprire incertezze. Ho smontato con cura il manichino, tolto le ossature imposte, e con ciò che resta continuo a fare un insieme provvisorio di ossa sparse e nervature artificiali: non so ancora quale forma assumerà la mia identità, né quale voce si adatterà alla mia gola, ogni giorno un poco più aspra.
Ciò che in me è davvero nuovo, più ancora del dire o del sapere, è una sorta di pazienza trattenuta, una fermezza sommessa che non chiede approvazione. Per questo, se ricado nei vecchi vizi, se mi derido per una pagina scritta di slancio e subito distrutta, mi punisco meno. La mia cera è diventata morbida ma non cieca, e accetto con consapevolezza questo sgretolarmi. Mi sembra di essere ancora quello di prima, ma sotto c’è un vortice che è solo mio e non imitato.
E se mai qualcuno me ne chiederà conto, gli offrirò non risposte, ma frammenti: perché sono questi pezzi rotti, e non le sentenze, il vero sedimento di ciò che oggi, senza speranza e senza ironia, tento di chiamare cambiamento.
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