«Come stai tu?»
«Bene, direi. E tu?» le rispose lui, raccogliendo fra le proprie le mani della ragazza, in un gesto insieme fraterno e delicatamente affettuoso.
«Oh, anch’io sto bene… sai, è un piacere ritrovarti qui.»
Alle sue spalle, mentre stava terminando gli ultimi bocconi del dolce, una voce le chiese di poterne assaggiare un poco. Fece per voltarsi, ma si arrestò, aspettando invece che si accostasse lui per cogliere quell’offerta.
«Ecco, tien…»
Pouf.
Arianna spalancò gli occhi.
Le coperte giacevano in disordine ai piedi del letto, accartocciate come i pensieri, quasi senza sfiorarla. Il tepore delle prime ore del mattino, quando le stanze e perfino gli animi cominciano a scaldarsi, le suggerì che non era un disagio. Non sentiva freddo, anzi quasi apprezzava quel contrasto gentile tra il calore che le avvolgeva le gambe e i piedi e la frescura lieve sul resto del corpo. Si stropicciò gli occhi, e mentre lo sguardo tentava di rimettere ordine nel mondo, percepì il rumore sommesso di una porta che si chiudeva nella casa accanto. Qualcuno, di buon mattino, era già in cammino verso il lavoro.
Chissà se anche quel qualcuno aveva abitato sogni simili.
E chissà se, una volta sveglio, ne conservava memoria.
Lei no.
Il sogno che l’aveva appena lasciata sembrava già sfumato via. Tentò di inseguirne le tracce, ma sapeva che la luce del giorno dissolve in fretta quelle dell’inconscio. Ciò che le rimaneva era un esile scambio di parole, qualche gesto sospeso, e l’eco di quella presenza sconosciuta…

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