10/08/1923 – ore 15:41 – #42 – appunti sparsi
Mi dimando sovente s’il giouco alquanto borioso ch’infliggomi ‘n la stesura di tali entrate sia vanto_o miseria. Qual perversa bisogna paio tentare di soddisfare co’ carpiati sittàli?
ore 20:04 – appunti sparsi
Raspo lo stilo a scacchi d’ungegnolo secco sulla cartapecora intorbidita, ché s’era anco smargellata dal lato d’inchiostro svanito, e ‘l foglio già mi par d’averlo martoriato sin frangia. Lìvi dissopra, niuna idea s’adagia due dì d’in fila, ché ciò che suona ‘n guisa, la sera, all’alba s’è fatto schiamazzo o sbrego, e ciò che pare scòrtico d’un pensiero novo s’è rivelato sol bricciolo d’un ricopio disfatto. Cangia la scrittura com’un tarabuso, a seconda del moccio, del flemma, del crostello ‘n gola, e quando vien l’ora di rileggere, ì meschino, tutto par uno smìrgolo d’eco scordita, un saltapicchio che batte sempre ‘n cima allo stesso tralcio. V’erano giorni ‘n cui l’idea balzàvami giù pe’ l’avambraccio com’un capruggine, e l’ossa scrosciavano ‘n la nota giusta, e quelli altri, che in fine son più spessi, ove sol venìa fori un accrocchio di flemma, parole afflosciate, starnuti di verbo, ciancìe senza smalto. E pur mi sorprendo, ‘sì col fiato mezzo in dosso, ch’ancora segno e ancora mi ciancico le meningi pe’ cavar senso da ’sto trafiletto sgonfio d’oggi. Mi dimando, ma ‘n rispondo: vale, ‘l travaglio? Se ‘l foglio fassi zotico, se ‘l pensiero va ‘n rottame? E che v’ho fatto delle caggìne imparate, de’ dittàmina d’altrui che meco discuto, delle morali fisse sul retropanno del cervelletto? Se poi ‘n riesco manco a pigliare l’uscio pe’ dove s’apre.
dai Diari di Arthur Parker, Libro Primo, “Vanvere Terapeutiche”
Quasafrasi – by E. Ashcroft
10/08/1923 – ore 15:41 – #42 – appunti sparsi
Mi chiedo spesso se il gioco un po’ presuntuoso che mi impongo nello scrivere queste note sia un motivo di orgoglio oppure una miseria. Quale bisogno perverso credo di soddisfare con queste acrobazie stilistiche?
ore 20:04 – appunti sparsi
Gratto la penna, secca e irregolare, sulla carta ormai torbida, già macchiata dal lato in cui l’inchiostro è svanito, e il foglio mi sembra di averlo maltrattato fino ai bordi. Qui sopra nessuna idea riesce a fermarsi per due giorni di seguito: ciò che la sera sembra suonare in modo armonioso, al mattino diventa confusione o strappo; e ciò che pareva la scorza di un pensiero nuovo si rivela soltanto un frammento mal riuscito di qualcosa già scritto. La scrittura cambia come un volatile inquieto, secondo l’umore, il catarro, la pesantezza in gola, e quando arriva il momento di rileggere, povero me, tutto appare come un ronzio di eco spenta, un picchio che continua a battere sempre sullo stesso ramo. C’erano giorni in cui l’idea mi scivolava lungo il braccio come una scossa, e le ossa vibravano sulla nota giusta; e ce ne sono altri, molto più frequenti, in cui non esce che un groviglio di stanchezza, parole flosce, starnuti di frasi, chiacchiere senza forza. Eppure mi sorprendo, con il fiato corto, a continuare a scrivere e a spremere la testa per cavare un senso da questo appunto svuotato di oggi. Mi domando, senza rispondermi: ne vale la pena? Se la pagina diventa rozza, se il pensiero si sbriciola? Che fine hanno fatto le nozioni imparate, le massime altrui che discuto con me stesso, le regole morali fissate nella mente? Se poi non riesco neppure a trovare la porta giusta da cui uscire.

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