25/02/1925 – ore 21:58 – appunti sparsi
D’in fra le filagne arcuate dell’asse superiore, ch’é già svergolata da più di sette lune, la costa di un trattatello in crino bluastro m’era cascata di traverso, e ’l cigolìo m’invitò a ritentare, per la quinta volta ‘n tre dì, quel mio rito capizioso del riporzionare i dorsi, d’infilare pel rango ciò che, per avversità d’umore, s’era traviato. Teneo ‘l libraccio come si tiene un fuscello stregato, col timore d’un bisbiglio scattoso, ché spesso par che l’inchiostro s’abbia volontà più de la mia. Viavìa lo sciame di stampati si ripuliva sotto le falangi e l’ordine parèami già un balsamo se l’incròcio tra ’l pluteo e la fronte duole. E tuttavolta, nel vèrno della mente ch’é oramai più pasticciata d’un legno tannato in barile, quel rimestare per titoli e autori, pe’ sigle e costolature, dava esito minore d’una salassatura a secco. Che profitto, mi chiedo, viene dal sapere se poi l’agire s’imbroglia ’n galaverna? Già l’anno si sfila ‘n scivolo di resina, e delle dottrine che ho sciolto, delle chiose imparate con pupilla acuta, quante ho vestito ‘n corpo, quant’han sfregiato ‘l concreto? Manco ’l più sguarnito de’ precetti ha scorticato la mia consuetudine. Sol rimugini, impiastri d’intelletto scucito. Mi par d’aver letto ventidue millanta fogli per capire che la ruggine afferra d’ogni modo le ganasce dell’alma. Un volume della serie liturgica, sbertucciato dal tempo e col craspo sfiatato, mi cadde in grembo. Mi bastò sfogliarlo per odorare la tabe del sapere mai adoperato, come ‘l puzzo d’un unguento rancido. V’è più verità in un calzettone slabbrato che ‘n mille massime; più dignità in un tosone ch’apparecchi ‘l letto ogniddì ch’in tutti i trattati sulla disciplina dell’operato. Ma poi, rimetto ogni tomo al proprio cantone, ché l’idea che sian disposti di giusto modo placami ‘l diaframma, come chi torce un panno per spremerne l’ultima scagliatura di senso. Ritorno sul ripiano infimo, lo de’ libri scampati all’umido dell’anno passato, colle pagine che frusciano come dentatura traballante. Tocco le copertine come toccansi li bordi d’una fotografia lacerata, ch’ognuna sa d’un tempo letto per fuggire, non pe’ crescere. I diti sfioracchiano, sistemano, e poscia reposano. La mente, di contro, infida, galleggia ‘n acquitrino di recrudescenze. Certe frasi ch’un tempo parvèromi roccia, oi mi si sbriciolano tra i neuragli, ché l’intelletto si rammolla s’il cuore non impugna. E mentre l’ultimo libretto si adagia, diritto solo p’un momento, il pensiero già s’arrovescia: domani riprenderò da capo. Come se l’ordine de’ volumi potesse scrostare il disordine dell’esistenza.
dai Diari di Arthur Parker, Libro Secondo, “Trialoghi Icastici”
Quasafrasi – by E. Ashcroft
A seguire, una versione meno “parkeriana” del testo.
Tra le assi arcuate del ripiano superiore, già deformato da più di sette mesi, la costa di un piccolo volume dalla copertina blu mi era caduta di traverso, e quel cigolio mi spinse a riprendere, per la quinta volta in tre giorni, il mio rito ostinato di rimettere in ordine i libri, di reinserire al loro posto quelli che, per stanchezza o distrazione, si erano spostati. Tenevo quel libro pesante come si tiene qualcosa di fragile e inquietante, con il timore che potesse quasi parlarmi, perché spesso mi sembra che l’inchiostro abbia più volontà di me. Poco a poco, la fila dei volumi si riallineava sotto le dita, e l’ordine mi appariva già come un sollievo, anche se l’incrocio tra la fronte e il legno dello scaffale faceva male. Eppure, nel disordine ormai cronico della mia mente, più confusa di una tavola lasciata troppo a lungo in una botte, quel continuo rimescolare tra titoli e autori, sigle e collocazioni, dava un risultato minore di una cura inutile. A che serve, mi chiedo, sapere tanto, se poi l’azione si inceppa e resta paralizzata? L’anno scorre via rapido, e di tutte le dottrine che ho studiato, delle annotazioni imparate con attenzione, quante ho davvero trasformato in comportamento, quante hanno inciso nella vita reale? Neppure il più semplice dei principi ha scalfito le mie abitudini. Solo pensieri, rattoppi di un’intelligenza logora. Mi sembra di aver letto un numero infinito di pagine per capire che, in ogni caso, la ruggine stringe le ganasce dell’anima. Un volume di testi religiosi, consumato dal tempo e dall’uso, mi cadde sulle ginocchia. Bastò sfogliarlo per sentire l’odore stantio del sapere mai messo in pratica, simile al rancido di un unguento vecchio. C’è più verità in una calza logora che in mille massime; più dignità in un servo che rifà il letto ogni giorno che in tutti i trattati sulla disciplina e la virtù. Eppure rimetto ogni libro al suo posto, perché l’idea che siano disposti correttamente mi calma, come strizzare un panno per ricavarne l’ultima goccia di senso. Torno al ripiano più basso, quello dei libri salvati dall’umidità dell’anno passato, con le pagine che frusciano come denti instabili. Sfioro le copertine come si toccano i bordi di una fotografia strappata: ognuna racconta un tempo di letture fatte per fuggire, non per crescere. Le dita aggiustano, sistemano, poi si fermano. La mente, invece, traditrice, resta impantanata in un pantano di pensieri ricorrenti. Frasi che un tempo mi parevano solide oggi si sgretolano dentro la testa, perché l’intelligenza si indebolisce quando il cuore non la sostiene. E mentre l’ultimo libretto si posa, dritto solo per un istante, il pensiero già si capovolge: domani ricomincerò tutto da capo. Come se l’ordine dei libri potesse davvero mettere ordine nel disordine dell’esistenza.

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