Lìvi, d’in trasfusa screpolanza d’una vetrata franta e scolorata, ch’imbarcava perla e schiuma d’umido tra le grinze d’un selciato sperso e masticato da secoli di passi disusàti, v’era ‘nciampàta tra làttimi e gromme una ressa di cartocci disfatti, ché ‘l vergato s’era sciolto in calligrafie annegate, sinapsi sbavate, righi ‘n fuga che più che scritti parévano ‘l rantolo stesso d’un nìnnolo che s’è scordato d’essere oggetto, e strazia solo per sfarsi. Nel raschio d’un vico contorto che ‘ncastonava osterie arrese e suppellettili arrugginite da ‘l respiro d’un’alba che non volle farsi giorno, s’affiorò d’un guizzo storto , ‘na mano guasta d’abito e di spasmo, ché fu dito, ché fu moncone, ché fu segnale d’un non gesto, ma richiamo zoppo che pure ricucì l’occhio a ciò ch’era già dimesso, e m’addissi , in trapano corto , d’un foglio strinato che ‘l vento facea volpina tra croste e salnitri. Lo tirai, ché ‘l braccio già stava, e ‘l tatto pigliò , tra grassume e rilucida , il tremore d’un verbo che m’apparve ‘l mio solo per sbaglio, ché d’essi parlava, tra strosce e rigonfii, d’un lasciarsi slabbrarsi pe’ silenzi, d’un lasciar volare ‘l detto che forse, in tempo gobbo, fu mio, ma di me ch’ero storto apposta per fuggirmi. E ‘l foglio schivò, ché ‘l vento s’era fatto gomito e ‘l gesto già svuotato, ché rincorsa non s’ebbe, ché ‘l volo parea giustizia, e ‘l passo, ancora storto, non cercò più: stette, in menzoccolo. Poi ripresi, tra pigne d’asfalto e petecchie, col passo che s’aggruma al passo d’allora, e ‘l giorno , ché v’era , si strinse in fruscìo d’uscio svanito, dove restò, tra due sbuffi, solo raschio, e ‘l raschio , quissà , parea fònema o sua carcassa. E quel volo, ancora, fu lassiato, ché nessun tentò, ché nessuno tese: restò com’un rimasuglio ‘ncrinato tra le verze d’un’ortaglia negletta e ‘l lucido d’un parabrezza guasto, e forse ancor svola, come volesse , per errore , restare caduto.
Quasafrasi by E. Ashcroft
Di seguito una trascrizione meno “parkeriana” del frammento.
Tra i resti sbiaditi di una vetrata rotta, screpolata e scolorita, che tratteneva perle d’umidità e schiuma tra le pieghe di un selciato isolato, consumato da secoli di passi ormai dimenticati, c’era ammucchiata, tra lattine e sporco, una massa di cartocci disfatti. La scrittura si era sciolta: le parole erano diventate segni confusi, calligrafie colate, righe in fuga che sembravano più un rantolo che un testo vero e proprio, come se quel foglio avesse dimenticato di essere un oggetto e si limitasse a disfarsi, soffrendo. In un vicolo tortuoso, incastrato tra osterie abbandonate e arredi arrugginiti dall’aria di un’alba che non voleva diventare giorno, affiorò all’improvviso una mano malridotta, segnata dallo strappo degli abiti e dallo spasmo. Era insieme dito, moncone, gesto incompleto: non un’azione vera, ma un richiamo storto, zoppo, che però riuscì a riportare lo sguardo su ciò che era già stato trascurato. Mi accorsi allora, con una sorta di scatto mentale, di un foglio sgualcito che il vento faceva girare tra croste di sporco e salnitro. Lo afferrai, perché il braccio era già pronto a farlo, e il tatto colse, tra unto e superficie lucida, il tremito di una frase che mi sembrò mia per errore. Parlava di loro, tra strappi e gonfiori della carta: parlava del lasciarsi sfilacciare nel silenzio, del lasciar andare parole che forse, in un tempo storto, erano state mie, ma di un me che si era piegato apposta per sfuggire a se stesso. Il foglio però mi sfuggì. Il vento si fece ostacolo, il gesto si svuotò, non ci fu inseguimento. Quel volo sembrò giusto così, e il passo, ancora incerto, si fermò senza cercare altro. Poi ripresi a camminare, tra grumi d’asfalto e macchie, con un’andatura che si sovrapponeva a quella di un tempo. Il giorno, che pure c’era, si richiuse in un fruscio di porta che svanisce, lasciando solo un rumore secco, un raschio, che non si capiva se fosse un suono vero o soltanto ciò che ne resta. E quel foglio, ancora una volta, venne lasciato andare. Nessuno tentò di riprenderlo, nessuno allungò la mano. Rimase come un residuo incrinato, sospeso tra l’abbandono di un orto trascurato e il riflesso spento di un parabrezza rotto. E forse vola ancora, come se volesse, per errore, restare a terra.

Come t’avessi ‘ncor tra le mani, pe’ i fianchi,
‘N ogni vana poesiola ch’invento all’aurora
Ma co’ fogli dinnanzi che paiono gianchi
M’accorgo che vo’ solo ricalcandoti ‘ncora.

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