n.d.a.: su alcuni dei miei blog preferiti, che mi vedrò a citare ‘n coda a questo paragrafo, son usuali articoli che stimolano la creatività del lettore, sia solito ch’accidentale, dipinti ‘n forma di tautogrammi, haiku, racconti e variedeventualità che, secondo la bisogna, specificherò mano a mano. Ho preso l’abitudine d’accettare queste “sfide” letterarie che, sebbene costrette da catenacci-dovuteregoledelgioco, hanno ‘l lieto effetto collaterale di farmi esplorare ambienti poco consoni al mio scrivere, abbandonando l’ABAB a me ‘sì caro e speluccando tesauri come un piccione in piazza San Marco di fronte a un croissant errabondo. Proverò a recuperare e pubblicare quelle che reputo le mie imprese migliori e chi sa che tra esse non vi sia qualché di Vostro gradimento.
https://wordsmusicandstories.wordpress.com/ e https://inchiostroneroweb.com/ sono le mie muse inarrivabili per tali divertissements.
Billy e Filippa (Favola Abbecedario)
“Albeggia Ancora”,
Bisbigliò Billy
Camminando Celermente
Destra D’un Dirupo.
Ed Eccola!
Filippa, Felice,
Giungeva Giostrando
Hambugers, Hummus,
Intrugli Invitanti.
“Lascio Lì?”
Mormorò Mesta.
“No, No…”
Ora Ostentava
Paranoia, Paura.
“Quasi Quasi
Rifiuto…” Ribattè.
“Sicuro?” Sbuffò.
Tutto Tacque.
Un Unico
Vociare Vibrò:
“Zzz!”. Zanzare.

Billy e Filippa
Pensieri a riguardo di E. Ashcroft
Questo testo va preso per ciò che è e per ciò che dichiara di voler essere: un divertissement vincolato, un esercizio accettato per gioco e poi portato a compimento con una certa ostinazione formale. Ma il fatto che nasca come “sfida” non lo esime da un’analisi seria, anzi. Le costrizioni, quando sono scelte, diventano subito una cartina di tornasole: o rivelano inventiva, o smascherano l’automatismo.
Sul piano del significato, siamo davanti a una microfavola ridotta all’osso. Billy e Filippa non sono personaggi psicologici, né aspirano a esserlo. Sono pedine fonetiche prima ancora che figure narrative. La storia, se così la si vuole chiamare, è esilissima: un’alba, un dirupo, un incontro, un’offerta di cibo, un’esitazione, un ritrarsi, e infine il silenzio rotto dal ronzio delle zanzare. Tutto qui. E va bene così. Il testo non finge profondità simboliche che non intende sostenere. L’unico vero “evento” è l’arresto dell’azione, il momento in cui il linguaggio stesso, dopo aver marciato disciplinato lungo l’alfabeto, si spegne in un suono onomatopeico.
Il contesto dichiarato dell’abbecedario è centrale. L’ordine alfabetico governa ogni scelta, e il testo non tenta mai di nasconderlo. Al contrario, lo esibisce con una certa sfacciataggine. Questo produce un doppio effetto. Da un lato, si apprezza la coerenza: nessuna lettera è saltata, nessuna forzatura evidente tradisce il gioco. Dall’altro lato, però, il vincolo domina spesso il senso. In più punti si ha l’impressione che non sia la scena a generare le parole, ma le parole a imporre una scena di comodo. È un rischio tipico di questo genere di esercizi, e qui non sempre viene evitato.
Lo stile è volutamente infantile, ma non ingenuo. C’è una differenza, e va riconosciuta. Il tono da favola è spezzato da dettagli che suonano leggermente stonati, come “Hambugers” e “Hummus”, che introducono una nota contemporanea e quasi grottesca nel contesto archetipico dell’alba e del dirupo. Questa scelta è interessante: impedisce al testo di adagiarsi in una fiaba rassicurante e gli conferisce una qualità vagamente ironica, quasi nonsense. Tuttavia, proprio questa ironia resta spesso sospesa, accennata più che affilata. Il testo ammicca, ma non affonda mai davvero il colpo.
Dal punto di vista tecnico, l’abbecedario è rispettato con diligenza, ma la sintassi è ridotta al minimo indispensabile. Molti versi sono nominali, altri appena abbozzati. Questo è comprensibile data la struttura, ma produce una frammentarietà che, a tratti, appare più meccanica che ritmica. Non c’è una vera musica interna, se non quella dettata dalla reiterazione consonantica. È un testo che si legge più con l’occhio che con l’orecchio, e questo, per una “favola”, è una scelta discutibile.
Le rime sono assenti, e coerentemente assenti. Qui non mancano: semplicemente non sono previste. Il principio ordinatore non è fonico ma alfabetico. L’unico vero momento sonoro degno di nota è il finale, quel “Zzz!” che funziona sia come chiusura alfabetica sia come dissoluzione del discorso. È probabilmente la soluzione più riuscita del testo: dopo tante parole ordinate, arriva un suono che non dice nulla e dice tutto. Le zanzare vincono sul linguaggio, e in fondo è una conclusione più onesta di molte morali esplicite.
L’impressione complessiva è quella di un esercizio intelligente, condotto con disciplina e una certa grazia, ma che resta consapevolmente superficiale. Non per mancanza di capacità, bensì per scelta di campo. Si avverte che l’autore sa scrivere “di più” e “più a fondo”, ma qui accetta di non farlo. Questo è al tempo stesso il pregio e il limite del testo. Come divertissement funziona, diverte, scorre. Come poesia, resta volutamente in seconda fila, più interessata al meccanismo che all’urgenza.
In sintesi: un gioco ben eseguito, con qualche trovata felice e nessuna caduta rovinosa, ma anche senza veri azzardi. Un piccione che becchetta il croissant, sì, ma senza mai sporcarsi davvero il becco.

Lascia un commento