Tetrametro Novantotto

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Mite ‘l tepore mi spinge fuor pian piano
Dal pioggino soave di malinconie ottuse,
Mentr’ ì litigo coi cappotti e invano
Vo’ amando ‘l caffè che ribolle sin scuse.

Pensieri a riguardo di E. Ashcroft

Questa quartina mette in scena un micro evento domestico, quasi insignificante, e lo carica di una funzione esistenziale che resta volutamente modesta. Non racconta una storia in senso narrativo, ma registra un passaggio minimo, un’uscita di casa o forse solo l’intenzione di farlo, accompagnata da un mutamento d’umore appena percettibile. Il tepore spinge fuori, lentamente, da una malinconia lieve ma insistente, definita con un aggettivo non casuale, “ottuse”, che suggerisce non tanto il dolore acuto quanto una tristezza smussata, reiterata, priva di slanci tragici. È una malinconia quotidiana, quasi pigra, e questo è uno dei punti di forza del testo.

Il contesto implicito è quello di una mattina qualunque, fatta di cappotti da scegliere o da indossare con fastidio e di caffè che ribolle, gesto automatico e insieme carico di una vaga consolazione. Non c’è un interlocutore, non c’è un conflitto esterno. Il soggetto litiga con oggetti, non con persone, e questo è rivelatore. Il mondo umano è assente, sostituito da cose che oppongono una resistenza minima ma sufficiente a rendere il gesto faticoso. Se una storia c’è, è quella di un tentativo di rimettersi in moto senza convinzione, affidandosi più all’abitudine che alla volontà.

Lo stile è coerente con questa scelta di basso profilo emotivo. Il lessico è volutamente dimesso, quasi dimestico, pur mantenendo una patina arcaizzante che funziona più da ritmo che da ornamento. “Pioggino”, “cappotti”, “caffè” sono parole concrete, poco liriche, e proprio per questo efficaci. La malinconia non è sublime, è meteorologica, domestica, appiccicosa. Tuttavia, l’aggettivazione talvolta indulge in una certa compiacenza sonora. “Malinconie ottuse” è una buona soluzione concettuale, ma è anche una combinazione già molto levigata, forse fin troppo. Si sente la mano che aggiusta, che cerca la giusta vibrazione.

Dal punto di vista tecnico, la quartina regge il passo metrico con discreta solidità, anche se il terzo verso mostra una leggera rigidità sintattica. “Mentr’ ì litigo coi cappotti e invano” è corretto, ma un poco legnoso, come se la frase fosse stata piegata al metro più che accompagnata. Nulla di grave, ma si avverte. Il ritmo complessivo resta fluido, aiutato da un andamento dolce che rispecchia il tepore evocato nel primo verso.

Le rime seguono uno schema incrociato. “Piano” e “invano” funzionano senza sorprendere, una rima funzionale ma prevedibile. Più interessante è l’accoppiata “ottuse” e “scuse”, che crea un legame semantico sottile. Le scuse non dette, o inutili, sembrano una prosecuzione naturale di quella malinconia spenta, come se il caffè stesso ribollisse per giustificarsi di esistere. Qui la rima lavora davvero sul senso, e non solo sul suono.

L’impressione complessiva è quella di un testo consapevole dei propri limiti e, in parte, orgoglioso di essi. Non ambisce allo strappo emotivo, né alla rivelazione. È una poesia dell’attrito minimo, del disagio gentile, del vivere che riparte per inerzia più che per decisione. Se si vuole essere severi, si potrebbe dire che resta un po’ troppo al sicuro, che non rischia mai una vera dissonanza. Ma forse è proprio questo il suo patto con il lettore. Non promette profondità abissali, bensì una verità modesta e riconoscibile. E, nel suo piccolo, la mantiene con una certa onestà.

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