24.12.1925
S’approccian i dì che ben temevo all’incipio delle mire pòstemi e poco è rimasto di che fare se non lo di bracciare lo ch’è stato colle pene che ne conseguono e lassar ch’il scorso sia tale. Son iscrittomi didentro di molte delle mie agendicole dell’ottimistiche e mirabili mire novelle ch’avrò di che seguire nelle lune innanzi e per certo avrò di che mutare in qualché, sebbene già milliaia di volte addietro tal forma di disio si sia espressa sin concretezza duratura alcuna, giacché ‘l peso della consapevolezza spietata che tali foglietti sfoggiano alla più superficiale rilettura non lassa alcun margine p’ulteriori falli s’il giuoco ch’ho stabilitomi ha d’essere quello. Ebbene, v’è una mera manciata di mani e meriggi ov’ancor ho di che imbastire lo ch’in fondo ha d’essere l’incipio del retto oltre le tante calli curve e sconnesse ch’han trascinatomi quivi; in codesti, ben poco ho da rimuginare dissopra dell’amari e dell’iti. ‘Sì setto fronte all’ennesima gettata d’inchiostro che riproponemi l’insoddisfazione d’un’incompetenza ch’ho di che ridirigere didentro sin perdere ‘l senno tentando di biasimare un qualché che di fuori viene. Setto coll’uniche lezioni impartitemi dall’apparente dondolo che tende d’un lato al tenue ed effimero godimento d’un qualché d’afferrato, e dell’altro ch’or sfiora l’inimicizia del posponimento e dell’edonismo, or piute a ‘n palmo d’uno, or dell’altro, smunto allo svolazzare nella mezza via, ì col dissapore d’aver di che ‘n appagarmi né d’uno oll’altro. Anni orsono che n’appresi le cadenze durante li studi, di cotanto barcaméno su di un lato e su dell’altro, coll’arco che ne disegna nel corso ch’ei paiono lassar ire qual come s’il moto inerte e perpetuo ne culli e n’ottenebri il senno, al punto d’aver di che custodire ‘n beatitudine e apologia, l’inifluente apporto ch’ei, individui, infondono. E ‘sì danza, qual come danza ‘l dì, fra luci e bui, ed ei che rantolano d’un sfumo grigio all’altro, colla quiete di chi ha trovato come far del dondolo una dimora confortevole. Tortura, di contro, pàremi, sin capriole semantiche od orpelli, nulla piute. Ad ogni scesa a slanciare l’arti pe’ scomodare ‘l moto, financo ‘l buio, ché ‘sì poco m’importa, orbene, da qual lato finisco pe’ rivare. Chessìa ‘l buio, ne vengano le sue torpidezze, le arcignità e lo ch’ì medesimo irò apprendendone a seguito; ché ‘l moto stesso lo ch’aborro, il crogiolare stracco e lasso ‘n un grigio catenato dallo che scuso sovente biasimandone la medesima natura ancestrale. Eppure mai sazia tale rigiro e mai v’è stato un posto quivi ‘n carne o quivi ‘n testa che riesco a chiamar dimora mia. Qual migliore fuoco pe’ picciare di possibilità, infine, l’immensità di dì innanzi.
dai Diari di Arthur Parker, Libro Quarto, “Cardialgie Acroniche”


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