04.12.1925
Permane, postumo a lo ch’in milliaia d’altri motti posi apprima, l’etereo essì talquando tangibile echeggiare delle spemi ch’a lungo sfuggo e scanso. Oi tintinna d’una risonanza differente, ‘n un dì cui a posteriori diedi nullo o appena rilievo, quissà pe’ sepolti graffi infantili, quissà pe’ superbia e declinazione dell’anticonformismo idealizzato che solgo brandire a scudo. Quissà ambedue, col senno d’ora. Permane lo strascico dell’inavvenuto ‘n le tribolazioni oniriche ch’or menano e addìano, s’afferrano all’altre viste mirifiche che ‘n posso badare, ché per natura d’esse tali non v’è modo canosciuto e didentro d’esse permango con suddette, glabro del mio volere o manifestazione impropria e incagionata di codesto, tentennando al destare s’il mio bramarne brandelli ancora sia sano e bene, poscia l’andirivieni inquisitorio ‘n cui m’ho altalenato nell’ultime quattr’orbite. Vien casi a dimandar asilo lo che ‘l cogito cessò di tenzonare oppure di contro n’arriva rammentando, seco l’aure ch’or devio, ch’in fine v’era senso ‘n la parvenza di cotanta assenza di senso. Fianco del caldo crocicchio del tino ov’or scribacchio, poc’altro resta dell’oi fuor della quieta e lassa manciata d’ore ch’allontanami del giaciglio, pur se l’occhi s’han fatto reverenti alli pochi lumi che di torno lasso vivi. Ber del gotto, di tali tempi, m’assilla ‘ncora non poco punzandomi al desiàre ‘l dietro d’una cicca ch’or non guadagna parti ne’ dì da varie settime. Orbene, quissà due. Limitomi a giustificare ‘l poco di concreto ch’or compirò d’or di fatto al guanciale, indugiando ‘n codesti vaghi che ‘sì tanto arrìan di che dire e ch’ì sì poco compagno e indulgo; lune s’han fatto e ite dell’ultimi fogli ch’ho nerito di tali nienti, e poco lo di que’ dì scrittore possiede di che sbalordire. Chessìa falla ch’or m’ammedaglia l’incapacità ch’ì tengo d’arrestare li fatti de’ mani e meriggi ‘n verbo? Non ne traggo delle trafile cotidiane ‘l merito di porgerle ai posteri? Oppure, mi narro sovente, pe’ compassione e sfibra, non debbo lassar sia la mia di mano a discorrerne.
dai Diari di Arthur Parker, Libro Quarto, “Cardialgie Acroniche”


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