30/01/1925 – ore 19:07- #215 (#580)
Aver ricollegatomi in un qualche continuo rapporto colla signorina Vermeer m’ha restituito un senso di pacatezza e solidità ch’andavo anelando da qualche mese. Le nostre comunicazioni epistolari si limitano a sparuti paragrafi vaghi e frettolosi ma leco posso permettermi molte ellissi conoscendone i profondi livelli d’empatia e comprensione ch’ha costantemente tentato di manifestare nelle sue maniere. Non sono rare l’eventuali considerazioni su ipotetici approfondimenti della nostra relazione, per quanto ogni volta smembrati per conto d’entrambi su basi ben più che razionali e oggettive. Son sicuro che nel d’ella capo tentennano spesso le quistioni ch’aleggiano nel mio, sopra di tutto quand’anche il dì d’urgenze, pesi e frustate porta seco la spossatezza e le catene del fuggire in solitudine al giaciglio freddo e silente. Ben m’è chiaro, oramai, ch’il mio avulgere dalle consuetudini sociali che dovrei attendere è più vanto che difetto, perlomeno ch’ì ne provi – ché di fondo è l’unico soggetto ch’a me preme – e son ben certo ch’anch’ella non fatica al rassegnare le proprie disillusioni al guanciale al precipitar d’un altro vespro esausto. Di contro, dal volto celato della moneta, v’è il repentino dondolare fra l’avventore, il confidante e il cosanguigno che, per quanto ‘n molti dì conservi la sicumera d’un porto cheto ov’approdare colle vele divelte, in altri permane setato e appena deluso dall’intangibile conforto che s’appoggia solo su qualche missiva ermetica. Tale rapporto oramai è talmente cementificato nelle solitanze d’entrambi ch’abbisognerebbe eruzioni spropositate pe’ convolvere in un qualché di dissimile. Tuttavia, coll’andar dell’anni, non è possibile escludere che le vicissitudini portino a cotanto estremo panorama e, inoltre, ben m’è pristino che d’impensabile non vi sia più molto.

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