Il Diario dei Trialoghi Icastici #207 (#572)

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22/01/1925 – ore 16:36- #207 (#572)

Ho compagnato ‘l dì ‘n Wedgeville con alcune letture consigliatemi dalla dottoressa Nauer. Ne vengo, di fatto, da varie_epifanie, oi, e v’è ‘sì tanto di che fare che casi non saprei donde incipire. Ebbene, vi sono alcuni attriti com’ovvio in lo che di fatto oramai m’è ben chiaro di dover fare e conto d’andare smussandoli col venire delle prossime settimane. Ho già veduto alcuni risvolti positivi nelle mie brevi conversazioni diarie, sia per epistola che nell’occhi dell’avventori cui ho dovuto confrontarmi sin fughe. Alcuni estratti delle letture dell’ultimi giorni han lassato alcune inchiostrate didentro del capo che paiono essersi sittate pe’ rimanere: una tra esse recita un qualché che per quanto sapessi e comprendessi, non s’era mai piccicato indosso, quissà cagionato dalla sintassi scadente. Eppure fraseggiandolo in maniera ‘sì semplice com’oi vidi, ‘sì evidente e attuabile vien pe’ farsi accogliere: il tempo, i dì, l’istanti, le stagioni, le lune ch’imo lamentando il buio, il tempestare, le nebbie, il torrido inferno, i climi che vengono, mai giusti, mai precisi, mai apprezzabili, col livore ch’impreca in speme che sia più caldo, più freddo, più asciutto, che piovi, che cessino i venti. E nulla cangia. Orsù, nulla cangia al dirlo, nulla cangia allo strillare ai cieli e all’acque, al vagabondare di nervosismi e ira, nulla cangia. Tranne quando cangia. Coi suo’ tempi, coi suo’ mezzi, drasticamente oppure di poco appena. E s’è cosa buona, ebbene, ai venti, alle piogge, ai soli, a lor non importa. Ch’essi vanno, stanno, cangiano e tornano, ch’ì l’urli o m’aggrada ch’ì stia fori o serrato dietro l’appannate. Ch’ì non ho di che fare con lo che ha mente sua, con lo che non sottosta all’iracondo mio imprecare, al mio ghignare soddisfatto, al mio neutro lassar che sia. E ‘sì com’il cielo sono i drammi che vengono col buio, le memorie che affiorano d’un olezzo speziato, le lacrime che s’appigliano al didentro quando l’echi de’ muri paiono sbeffeggiare l’andirivieni fra un’entrata malsana e una_assennata. Non un singolo pulviscolo di potere riguardo detengo, nulla pe’ cangiare lo ch’è stato, nulla pe’ cangiare lo che didentro han l’altri, lo ch’han fatto, detto, avuto, pensato. ‘Sì mi rassegno, ‘sì m’accomodo, ‘sì lasso fare allo che d’intorno starnazza in cerchio sin ch’ì possa controllare. ‘Sì lasserò che sian tutti ch’ì ho di che badare a lo ch’in fondo per vero ì posso gestire. Arthur.



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