15/09/1924 – ore 18:15 – #78 (#443)
Ho speso l’ore fin quivi nella compagnia d’Ada e del d’ella rigore nelle faccende domestiche. Tutto ciò m’ha tratto non poco di che filosofare silente riguardo le varie implicazioni attuali del mio stare. I primi cangiamenti della stagione sono palesi fino l’occhio meno studiato e d’essi ne posso evincere le differenti bisogne ch’al momento codesto scrittore di quartiere necessita. L’aere eccessivamente etilica dell’ultime chiare m’ha dato di che cogitare ulteriormente sull’inesorabile e imminente salto ch’ho di che fare pe’ dar credito a lo che ‘sì troppe volte addietro ho sciorinato in codeste pagine. Ebbene, credo sia giunto ‘l tempo in fine di svuotare di pronto la bisaccia d’escuse che tengo sempre presso e bracciare la consapevolezza puntuta di dever ser lo ch’in fondo, per vero, ho sempre temuto di divenire. Lo ch’è, quissà, s’è sovente estrapolato de’ mie’ scritti e, di più sovente ancora, l’ho potuto comprendere io medesimo nel mio girovagare d’un individuo l’altro dinnanzi ‘l vetro riflettente della toeletta. Lo passo più importante è l’abbandono sin debilezza alli vizi ch’ancor infangano il mio cotidiano e, per vero, per quanto ‘l vespro d’oi irà inquinandone ancor un poco polmoni e senno, domani non vi sarà di che tollerarne – o meglio di contro, vi sarà di che sforzare l’intero sè nello star ben lungi d’essi. E ciò è primo. Vien poi ‘l dovere d’un consono approcciarmi alla coerenza dell’esteriore ch’ha di che riflettere lo che di dentro, di fondo, empie ‘l disìo e lo ch’anelo ser. Nulla ch’una rassettata ben chiara d’Ada non possa aiutare, per giunta, quissà forzando taluni dressi, talune solitanze o rimembrandomi lo ch’in fondo bramo vedere ne’ riflessi specchiati pe’ le calli durante i dì. E ciò vien più semplice. Verrà poi la dovuta costanza, amara amica altalenante colla quale bisticcio sin troppo sovente, colei che ‘n tante entrate ho nominato disciplina e che ‘n altre ho visto disfumare sin vero motivo. A metà della quarta ora della mane ho di che levarmi e comprendere ch’il tempo ch’abbisogno sia un giro di braccio speso nel caldo e amaro caffè. Poscia il d’uopo dressare, la fiata sarà delitta pe’ le solite calli di Lylcoin, d’un qualche passo maggiore del dì addietro. D’esso, di torno ai quarti, nova persona ho di che mirare alli specchi prima ancora ch’il resto del volgo sia di piedi a terra. E l’irò detestando, colla fame bestiale d’una cicca al labbro e una chiara in le dita. E in que’ momenti sarà chiaro, novamente, ch’Arthur è sortito del gregge spaurito che perpetuo bela di sotto di quest’appannate, pur ora. Lo scrivo mentre due scorron di sotto del cornicione, ei col braccio didietro la d’ella nuca, ed ì che vacuo mi dimando lo ch’ha deragliato ne’ mie’ anni pe’ non imitarli.

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