10/07/1924 – ore 14:32 – #12 (#377)
Non lo conobbi mai, per vero, come conoscere s’intende d’ora, col saltuario dedicarvi un istante o condividere un qualche discorso, pur di nulla o poco più; quissà tale fu la nostra distanza ch’ora ‘l cordoglio che didentro un poco m’afferra è più per lo che lassa in codesta stanza, Cecil Treeper, ‘sì disfatto delle misfortune occorse, e lo ch’in fondo permane è un briciolo di paesino ch’ancor pe’ qualche anno menzionerà ‘l nome. E dopo, più nulla. In codesti scritti, quissà, vivrà ‘sì tant’altre_ere, per il cielo, me l’auguro, e di conto mio, pe’ quanto sia inaffidabile ‘l mio grado di memoria, farò lo necessario pe’ accocolarmi nelle poche immagini che d’elli ancor mi restano, sfocate e silenti, didentro le urla del cotidiano. Nulla più dei Treeper resta ‘n Newbrick, oramai, se non que’ piccoli segni lassati alla burocrazia comunale: l’atto di casa da sfaccendare, i fiori d’abbeverare presso la lapide, la vanescente mala reputazione che sarà elisa dalli discorsi rispettosi e soggettivi. Quissà spirando, Cecil, m’hai istruito più di quanto avessi mai potuto fare per vero, nel compagnarmi dell’anni, ch’in fondo ‘l tuo d’ora è l’ultimo de’ modi che bramo d’usare pe’ lassare il conscio: sin aver lassato un’impronta, forte e fonda, nell’esistenze dell’altri, nell’avvenire dell’altri, nelle cronistorie ancor da scrivere. Limpido ancor mi sovviene ‘l meriggio pe’ la calle di Newbrick, presso la taverna di Caroline, ove scorrendomi a un braccio distante mi lassasti passare, ricambiando ‘l saluto ma sin riconoscere lo ch’un tempo fu ‘n pargolo con cui dividevi giuochi e vagabondaggi, discorsi lieti e qualche pasto alle feste. Ti voglio scolpire appena ‘n una piccola pietra del tempio di storie e vite che sto ergendo dì per dì. Fosti poco, quissà lo sapesti, per vero, lo sapesti troppo bene – quissà per tale non combattesti. Che ti braccino le mie ultime parole al vento.

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