04/07/1924 – ore 20:45 – #6 (#371)
Quel frammento dell’istante proprio dell’esplosione epifanica, quan il senno par generarsi del vuoto e divenire essere a parte, ecco lo che più m’aggrada del costante divenire, del perpetuo vincere la stasi che di definizione va riempiendo le vite dell’altri – per quanto altro fui io fino ieri, per quanto altro sarò ancora di modo adesso, tra pochi minuti, dimani. Ebbene, mi dimando s’il prossimo altro, s’il volto che scontro pe’ le calli possa frontare codesti discorsi, la consapevolezza dell’urto contro ‘l muro d’epifanico ricalibramento delle mire esistenziali, delle priorizzazioni sul cotidiano, dell’interiorità implicita celata didietro d’ogni gesto diario. Se sì, me ne compiaccio, se sì, ch’ei mi mostri come pone in parola cotanto gaio nello scoprire l’individuo novo che sorge d’un ennesimo ovetto sudicio di mediocre contentazione; poiché mi par di tornare sempre sulle stesse magini, le stesse parole, ogni qualvolta pe’ poco o tanto mi par d’aver scovato ne’ meandri del vagare dei dì la chiave pe’ superare di passo fermo perfino un altro settore di umanità, di paludi, di ancore ligate ‘sì ferme all’avvenuto, all’andato, allo ieri. E una settimana ora tengo dinnanzi, pe’ lassar ardere ai fochi della mia esaurita pazienza lo ch’è stato, lo ch’ì fui, e prender passo nuovo pe’l mondo ch’attende ancora la vera persona che de’ tanti specchi continua a dimandarmi di voler sortire. Promesse e giuramenti, decisioni e determinazioni. ‘Sì l’ho ripetuto ‘sì tant’altre volte; codesta come la che sta pe’ venire. Ma mai in tal maniera. Poichè oi_irò uccidendo ogni minima parte che mi tiene ancor costretto allo ieri. Sette dì pe’ lassar spirare l’ultimo prototipo d’Arthur. Sette dì di gestazione. Rinasco. Il quattordicesimo giorno di luglio dell’anno corrente. Quel dì che ‘sì tanto ha significato nel libello addietro. E che ‘sì tanto significherà fin al termine delle mie albe. E come conclusi proprio ‘n quell’altro libello. Ebbene. Addio Arthur. Ti ringrazierò a dovere.

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