Quando l’eco dell’ultimo passo degli artisti si dissolse tra i vicoli, un nuovo suono cominciò a farsi strada, prima sommesso come un respiro, poi sempre più deciso: erano gli archi dei violini, accordati con discrezione, seguiti dal ronzio profondo dei corni e dal battito rotondo dei tamburi.
La banda del paese era adesso in formazione da concerto, disposta a semicerchio al centro della piazza grande. I cittadini si sedettero su panche, sui bordi delle fontane, perfino su coperte stese sull’acciottolato, e il brusio si spense dolcemente.
Densey si accomodò con fare teatrale accanto ai genitori di Joy, facendo loro un cenno da vecchio gentiluomo. Ben e Joy si trovarono fianco a fianco quasi senza accorgersene, sulle scale basse della chiesa antica, con una visuale perfetta sul palco improvvisato.
Il maestro alzò la bacchetta. La musica iniziò.
C’era qualcosa di profondamente autentico in quella musica che sembrava nata dalla terra stessa del paese: melodie di raccolti e piogge attese, inni d’amore sussurrati tra siepi fiorite, ballate di partenze e ritorni.
Quando cominciò il terzo brano, Ben appoggiò il taccuino chiuso sulle ginocchia. Aveva riconosciuto la melodia, la stessa che sentiva spesso suonare quando era piccolo. “Questa musica cambia a ogni interpretazione, eppure resta la stessa” disse a Joy.
Le ultime note calarono lentamente, fino a spegnersi fondendosi con un grande applauso della folla.

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