Il Diario delle Vanvere Terapeutiche #365

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28/06/1924 – Ore 16:10 – #365

E in fine arriva. Qual che sia ‘l peso, ‘l significato didietro di codesta numerazione, ebbene, sol ì e ì solo di fondo posso comprenderlo per vero, ‘sì come tant’altre quistioni ‘n codeste pagine affrontate. Per chiaro, ancor non ho deciso se terminare la stesura di tale libello ‘sì com’è, rilegando questo intero anno com’un unico volume e incipire un seguito o se continuare colla pagina ch’ha da venire domani e aggrupparla a codeste. Poco cambia, d’oogni modo, ch’in fondo mai mi passa pe’ la capa di proporre tale cumulo di vanvere diarie a un qualsiasi editore di stampa. Eppure, infrangere ‘l traguardo di cotanti dì mi par una delle cose più degne di lode ch’abbia mai portato a termine nella mia ‘sì breve e ‘sì apparentemente interminabile esistenza; quissà sarà pe’l celere discorrere a caso sull’entrate de’ mesi addietro che, rileggendone a brandelli, mi par d’aver cangiato più pelli e menti che abiti. Se son evoluto in meglio o ‘n peggio non sta a me dirlo e, quissà, nemmeno a un lettore di passaggio che ne spulcia l’anfratti alla ricerca d’una qualche lezione di vita, d’un consiglio o di mera empatia divertita. Quissà mi vedrò scrivere ogniddì fin quando le mani e ‘l tempo lo permetteranno, quissà tutto fu invano e poco o nulla fu corretto dalla stesura de’ mie’ pensieri – sebbene per chiaro non condivida quest’ultima idea, di contro, per vero credo sia lo che m’ha sorretto ne’ momenti più ombrosi del percorso. Come concludere ‘l tutto? Non v’è nulla ch’ì non abbia ‘n qualche maniera già scritto, a volte male, a volte ‘n metafora, a volte perfino sin dire nulla e divagare del cotidiano come se didietro dell’obbligazioni compilate sui tabulati che listano centinaia di taniche differenti di carburante non vi sia altro ch’un vuoto cosmico, ronzante e imperturbabile. Di contro v’erano uragani implacabili che scalmanavano d’un lato all’altro colla brama di una quiete che, quissà, mai com’oi mi sembra d’aver provato addietro. E oi necessito proprio un qualché di similare a lo ch’ho spalmato in vece in ‘sì tanti giorni ove pe’ giungere a una qualsiasi decisione, per certo corretta e funzionale, alla quale bastava solo piccicarsi colla convinzione eguale a la che me l’ha fatta concepire, impiegavo dì interi, settimane, mesi. Orbene, s’ormai ‘l fallire nelle proposizioni sia sopra ogni dubbio un pregio è ben palese e credo d’averne ben esplicato tutte le motivazioni riguardo ma, di fondo, la mira è non fallire mai due volte nella medesima quistione, impresa o avventura. Tale vedo ch’il mio cogito rema durante lo scorrere dell’ore diarie, chessìa ‘n un convoglio pe’ Augustine o fra li scaffali del circolo letterario e mi verrebbe di che ringraziare l’enorme impegno posto coi libri ‘n mano, la penna tra le dita, l’occhi sulla dottoressa Nauer, la fronte al muro. Ebbene, un poco di tutto questo è, di fatto e mi vedo oramai sempre più stereotipicamente a realizzare ch’ogni fallo, ogni inciampo che m’ha portato fin questo punto sia stato più che necessario, più ch’obbligato. Sia stato nulla più ch’una benedizione. La mia fortuna, in fine, è stato ‘l fallire ‘sì continuamente, il raschiare le gote contro il fondo pietroso del pozzo, è stata la mia incapacità di saper gestire l’insicurezze e mutarle ‘n ira, timore, terrore, malignità, perfidia. Non traspare da codeste pagine tutto questo aspetto infernale del sottoscritto e me ne rendo conto – motivo tra i tanti è l’aver incipito codesto diario all’alba della realizzazione de’ mie’ limiti cognitivi, empatici, sociali e chi sa quant’altri. Or v’è un qualché di dentro, nel mentre che scribacchio su queste carte, ch’abbisogna d’altre svolte, d’altri scalini e ostacoli, or più grandi, or più ardui. Non ch’il percorso incipito sia completato solo perché sia giunto alla cifra che tanto agognavo, di contro, dinnanzi si apre un infinito che mai avevo preso per vero in considerazione. Ma di dietro, oibò, s’ì mi volto a ver l’ho lassato alle spalle, lo che ho superato – ‘n tutte le accezioni – poco di quel ch’ero anche solo un anno addietro son ora. ‘Sì che, di fondo, più ch’una fine, or mi pare di cominciare, scrollatemisi d’in dosso tutte l’inquietudini futili correlate a null’altro ch’il mio fanciullesco essere, ‘sì tenace nel voler manifestarsi e ser lo che guidava codesto corpo oramai adulto. Quando mi posi a gittare sui fogli i mie’ pensieri molti mesi addietro, allo specchio v’era solo una parvenza dell’individuo ch’or mi sento, e ‘l resto era un fantoccio d’incoerenze, istinti animali, competitività, emarginazione sociale e paradossale bisogna d’esser al centro dell’occhi delle folle, superbia, menzogne, egoismo, ‘sì tanto egoismo malsano. E ‘sì violento fui. Meco, a capo di tutto. La vergogna ch’or provo a ricordare molti dì addietro ove tale violenza fisica e verbale non sapeva restar cheta didentro ed esplodea dinnanzi alle poche persone ch’abbia mai amato, ebbene, come potrei mai incolpare qualcuno de’ mie’ tormenti quando io fui ‘l primo, a volte l’unico, a dimostrarsi incubo, despota, il male, l’antitesi di lo ch’ancor canto ‘n liriche e prose. E poi, di fondo, biasimare chi, stolido Arthur? Che cambia s’ì trovo un qualcuno di che incolpare pe’ lo che non ha scorso nel miglior modo possibile? L’unica cosa ch’ho capito di poter controllare è la mia stessa reazione a ogni decisione altrui, che si allinei colle mie brame e speranze o che le frantumi e mi lassi sulle sponde d’un fiumiciattolo, come si fa coi fiori passiti non più belli e profumosi. Che vengano, ora le sfortune e le passioni ch’ho la fame di allenare codesto spirito a me ‘sì novo ed estraneo. Sarò fallace ancora e molte volte ancora, per certo, e solo giubilo mi pervade al pensarci; par ch’ì abbia cambiato ‘n un dì, e quissà, questo è lo che penseranno li ch’han a che fare meco cotidianamente, ma mi ci son voluti più di trent’anni d’errori e un’intero anno di monologhi, dialoghi e trialoghi pe’ sfogliare l’intera crisalide di mediocrità e peccato che m’avvolge fin da quando ho memoria. Orsù, mi son deciso. Codesto diario termina quivi. Vi sarà una nova pila di fogli da domani, gianca di che riempire, e finalmente, l’Arthur ch’ho sempre creduto d’essere e, d’un poco anch’egli in fondo gianco di che scrivere. È questa la felicità?

Ore 21:14:07

Addio Rirì.

Arthur September Aurelius Parker, Lylcoin, Contea di Bolinthos, 1924


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