Il Diario delle Vanvere Terapeutiche #37

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05/08/1923 – ore 20:12 – #37

La parte più complicata, talvolta, è l’accettare d’aver limiti molto più prossimi delli che si sperano, divinano o tollerano. Talvolta occorre ch’ì mi veda innanzi al riflettente coll’occhi che, di fatto, non miranomi e m’accennano dello che ho iscosto pe’ anni, lustri, quissà decenni. Son le volte che sortirei dell’appartamento pe’ giungere presso lo studio della dottoressa Nauer pregandole d’un forte colpo ‘n testa pe’ zerare tutto e bracciare novamente la quiete. Ai, la quiete, che è, oramai, or che le voci didentro scialacquano il silenzio e si trascinano d’un lato l’altro, sbattendo contro le tempie, al confino d’un’emicrania e d’un grido sin precedenti. Capita ch’ì stesso mi porti a schiaffeggiare me medesimo nel tentativo di ricalibrare ‘l tutto, un poco come soleo fare coll’apparecchio che possedevo pe’ destarmi al mattino, che nonostante i bottoni su un lato, non volea cessare di trillare cada mane se non poscia ripetuti colpi colle palme. Ebbene, che direbbemi la dottoressa Nauer in codesti casi? Di sortire un poco dalle mura d’April Street, camminare celermente sin meta e sin accorgersi di starlo facendo. Con ogni probabilità mi farebbe notare tutto quello a cui sto negando l’esistenza prediligendo il crogiolare nel vortice dell’ansie, de’ rimorsi, timori, lo stesso mio nemetico banal circumnavigare del qualunquismo psicologico. Detesto tutto questo, dannazione. ‘Sì tante sono l’occasioni diarie pe’ mostrarmi lo ch’in fondo sto continuando ad apprendere dì dopo dì e ‘sì sovente mi ritrovo accoccolato ‘n un fugiglio di fuliggine e palpebre umide colla bisogna di divellere lo sterno e lassar uscire lo ch’in tante novelle porterebbe un volto abnorme e infernale. Ancor m’è arduo gestire l’amor che diviene odio e torna_amore quasi a beffa di tutto ciò che di razionale ingerisco e coltivo per nutrire ‘l mio senno. Pagine e pagine e pagine e ancora pagine, ‘sì tante che tutte le che vi son qui nemmeno un misero decimo sono delle che spu[Illeggibile] debbo fermarmi o codesto finisce pe’ diventare l’ennesima entrata sin capo né coda, permeata solo della consapevolezza di darla vinta alla mia incapacità d’autocontrollo. Cosa v’è di stoico e di cangiato se ‘n m’arresto? Oppure continuare. Qual è il sentiero corretto or che dinnanzi, ogni giorno, si palesano dozzine di biforcazioni? Afferrarne uno solo pe’l sapore di non rimanere immobile dinnanzi al terrore dell’ennesima scelta errata? Chi sa che ‘n sia l’errare ma il comprendere come frontare l’inevitabile errore che debbo apprendere una volta finalmente. Debbo spengermi. Sto divagando.



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