TESTO
Le mie madeleine proustiane affogate nel Jack,
Filtra dalle persiane un altro triste weekend
Tra cenere e zanzare, al buio la silhouette
Di una versione di me che non sa vivere
E tra lo specchio e le noie
Mastico merda e bugie,
Abitudini e paranoie,
Forse troppe fobie
E tra un sorriso ed un cappio,
Tra il caffè ed il tabacco,
Con la faccia nel fango,
Non capisco più un cazzo.
Un’altra sigaretta tra la luna e un falò,
Una notte da vignetta e parli di Chamfort
Io quasi il tuo Schopenhauer coi suo’ contro e i suoi pro,
Mi chiedi che vuole dire e io che cazzo ne so.
E tra lo specchio e le noie
Mastico merda e bugie,
Abitudini e paranoie,
Forse troppe fobie
E tra un sorriso ed un cappio,
Tra il caffè ed il tabacco,
Con la faccia nel fango,
Non capisco più…


TRANSLATION
Qui Auget Scientiam Auget Et Dolorem
My Proustian madeleines drowned in Jack,
Another sad weekend filters through the shutters,
Between ash and mosquitoes, in the dark the silhouette
Of a version of me that doesn’t know how to live,
And between the mirror and the annoyances,
I chew shit and lies,
Habits and paranoias,
Perhaps too many phobias,
And between a smile and a noose,
Between coffee and tobacco,
With my face in the mud,
I can’t understand a damn thing anymore.
Another cigarette between the moon and a bonfire,
A comic strip night and you talk about Chamfort,
I’m almost your Schopenhauer with his cons and pros,
You ask me what it means and I don’t know a damn thing.
And between the mirror and the annoyances,
I chew shit and lies,
Habits and paranoias,
Perhaps too many phobias,
And between a smile and a noose,
Between coffee and tobacco,
With my face in the mud,
I can’t understand anymore…

ANALISI AI
“Qui Auget Scientiam Auget Et Dolorem” è una canzone che esplora il conflitto interiore dell’individuo moderno, intrappolato tra le illusioni della conoscenza e le sue inevitabili conseguenze dolorose. Il titolo, tratto dal celebre detto di Francis Bacon, significa “Chi aumenta la conoscenza aumenta anche il dolore”, un concetto che permea l’intera composizione. La canzone si apre con un’immagine di decadenza e riflessione, in cui l’autore si ritrova a fare i conti con la propria solitudine e disillusione, segnate dalla ripetizione di abitudini dannose e da un ciclo senza fine di paranoie e fobie. Le metafore, come “le madeleine proustiane affogate nel Jack”, evocano un senso di malinconia e ricerca di risposte attraverso l’alcol, simbolo di un tentativo di fuga dalla realtà. Il contrasto tra la ricerca di una verità intellettuale e la difficoltà di affrontare la vita quotidiana si traduce in un disorientamento esistenziale che si riflette nel continuo oscillare tra il sorriso e il cappio, il caffè e il tabacco, in un eterno sforzo di comprensione che non sembra mai giungere a compimento. Il brano si configura quindi come una riflessione sulle difficoltà esistenziali, sull’incapacità di trovare risposte definitive e sulla sensazione di impotenza che accompagna chi è costretto a confrontarsi con la propria disillusione.
Le mie madeleine proustiane affogate nel Jack,
In questo verso, l’autore fa riferimento alle madeleine proustiane, un simbolo che rimanda all’opera di Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto. Le madeleine, in Proust, sono un oggetto che evoca ricordi passati, un’esperienza sensoriale che apre la porta al recupero di momenti dimenticati. Qui, l’immagine delle madeleine è associata all’atto di affogarle nel Jack Daniel’s, simbolo di un tentativo di sopprimere o annebbiare i ricordi, le emozioni, e forse anche il dolore. L’alcol diventa un mezzo per sfuggire, per non affrontare la realtà, per rendere più sopportabile il peso della memoria. Il riferimento all’alcool specifico, il Jack Daniel’s, non è casuale: rappresenta una scelta precisa di autoindulgenza e smarrimento, suggerendo una ricerca di rifugio nelle abitudini distruttive. L’atto di affogare le “madeleine” in Jack può quindi essere interpretato come un tentativo di soffocare i ricordi e le emozioni, un tentativo di eliminare il passato che, con il suo carico di esperienze, è troppo pesante da affrontare.
Filtra dalle persiane un altro triste weekend
Questo verso introduce l’immagine di un weekend che si svolge in un contesto di tristezza, sottolineata dal termine “triste”, che sembra predeterminare l’esito emotivo della giornata. L’azione che avviene “filtrando dalle persiane” suggerisce una luce debole e filtrata, un’immagine che rimanda a un senso di separazione e distacco dalla realtà esterna, come se l’autore fosse distante dalla vita che scorre al di fuori della sua finestra. La luce che entra timidamente dalle persiane potrebbe simboleggiare una sorta di rassegnazione, una bellezza opaca che non riesce a penetrare veramente nel cuore di chi guarda. Il “triste weekend” non è solo un elemento di contesto temporale, ma riflette lo stato emotivo e psicologico dell’autore, intrappolato in una routine che si ripete senza speranza di cambiamento.
Tra cenere e zanzare,
Qui l’autore utilizza immagini di disordine e degrado, tra “cenere” e “zanzare”. La “cenere” è comunemente associata al consumo di sigarette, e quindi alla distruzione, alla decadenza e alla fine. Rappresenta il residuo di qualcosa che è stato bruciato, simbolo di ciò che resta dopo un atto di distruzione o di esaurimento, come l’anima o la forza di un individuo che si sente svuotato. Le “zanzare” aggiungono un ulteriore strato di fastidio e irritazione, con il loro ronzio costante e invasivo che turba la quiete. La combinazione di cenere e zanzare evoca un ambiente poco sano, sia fisicamente che mentalmente, con la presenza di fattori fastidiosi e sgradevoli che contribuiscono alla frustrazione e alla sensazione di prigionia emotiva.
Al buio la silhouette di una versione di me che non sa vivere
Questo verso si conclude con una potente immagine di solitudine e alienazione. Il “buio” non è solo fisico, ma anche metaforico, indicando un’assenza di chiarezza, di scopo e di speranza. “La silhouette” suggerisce qualcosa di vago, indefinito, un contorno privo di sostanza, di identità completa. L’autore vede una versione di sé stesso che non è in grado di vivere appieno, una persona incapace di trovare il proprio posto nel mondo o di affrontare la vita in modo autentico. La frase “che non sa vivere” evidenzia una condizione di inadeguatezza, di smarrimento esistenziale, dove l’individuo è sopraffatto dalla propria incapacità di affrontare la quotidianità. L’immagine della silhouette nel buio esprime non solo una sensazione di alienazione interiore, ma anche una sorta di stasi, di immobilità emotiva, dove l’autore si osserva come una figura che non riesce a emergere o a trovare un cammino chiaro. In questo blocco di versi, il linguaggio è denso di simbolismi che riflettono un profondo conflitto interiore. L’autore descrive una realtà fatta di lotte emotive e autoindulgenza, con l’alcol e le sigarette che divengono strumenti di fuga e di rifiuto di una vita che appare sfuggente e insoddisfacente. La solitudine e la disillusione emergono come temi centrali, e ogni immagine contribuisce a costruire un’atmosfera di tristezza, stasi e frustrazione.
E tra lo specchio e le noie
Il verso inizia con l’immagine di un contrasto profondo tra lo “specchio” e le “noie”. Lo specchio è il simbolo per eccellenza della riflessione, ma in questo caso non è usato solo per il significato letterale di un semplice strumento di osservazione fisica. Esso diventa un veicolo per l’introspezione, ma qui, invece di rivelare una comprensione chiara, crea una distanza emotiva. Lo specchio diventa metafora di un volto che si riflette e non riconosce se stesso, della confusione che si prova quando si è incapaci di accettare o comprendere la propria immagine. Le “noie” a cui si fa riferimento sembrano essere una costante distrazione dalla possibilità di affrontare sé stessi con serenità. Esse sembrano non solo impedire la lucidità, ma anche contribuire a una frustrazione crescente. Il contrasto tra lo specchio (che implica l’auto-osservazione) e le noie (che parlano di stanchezza mentale o di un malessere psichico) suggerisce un conflitto interiore in cui l’autore fatica a confrontarsi con la propria realtà emotiva.
Mastico merda e bugie,
Il verbo “masticare” qui è particolarmente significativo: indica un atto quotidiano, ripetitivo, che evoca una continua, quasi involontaria accettazione di situazioni sgradevoli. “Merda” e “bugie” sono termini pesanti e crudi che simboleggiano una realtà di disillusione e autoinganno. La “merda” è spesso associata a ciò che è sporco, inutile, qualcosa che va rifiutato. Masticarla indica una sorta di accettazione passiva della negatività, un inghiottire in silenzio quello che la vita offre in termini di disagi e contraddizioni. Le “bugie”, d’altro canto, non solo confermano un ambiente di inganno e finzione, ma sembrano indicare anche una risposta a queste difficoltà: l’autore si rifugia in falsità e autoinganni per poter sopravvivere alla realtà. Il verso complessivamente suggerisce un individuo che si è adattato a una routine di sofferenza e inganno, che non riesce più a distinguere ciò che è reale da ciò che è falso, e che forse non ha più nemmeno la forza di cercare una via d’uscita da questa spirale.
Abitudini e paranoie,
Le “abitudini” qui si pongono come una sorta di confortante routine che, pur nel suo aspetto ripetitivo, sembra essere l’unica cosa che l’autore conosce. Le abitudini sono quelle azioni quotidiane che diventano meccaniche e che contribuiscono a mantenere una forma di stabilità, ma anche di immobilità. In questo contesto, le “abitudini” non sono un rifugio positivo, ma piuttosto una prigione dalla quale non si riesce a sfuggire. Le “paranoie”, al contrario, sono un’espressione della mente disturbata e inquieta, che amplifica i problemi fino a renderli ingestibili. Esse non solo sono un segno di ansia, ma anche di una percezione distorta della realtà, che finisce per alimentare il malessere. Il fatto che “abitudini” e “paranoie” siano accostate in un’unica sequenza suggerisce che l’autore sia intrappolato in un ciclo continuo in cui la normalità è corrodente, perché costantemente minata dal timore e dalla sospettosità.
Forse troppe fobie
Il verso sembra quasi una riflessione interiore, una consapevolezza tardiva riguardo a quanto l’autore sia afflitto da paure che lo paralizzano. Le “fobie” sono paure irrazionali che si radicano profondamente nell’inconscio e che governano il comportamento e le reazioni. La parola “troppe” implica non solo la presenza di queste paure, ma anche il loro numero e la loro intensità. L’autore riconosce in sé una molteplicità di timori che lo ostacolano e lo limitano, senza però essere in grado di affrontarli o superarli. Le fobie, in questo caso, sono un riflesso della sua incapacità di liberarsi dalle proprie paure e di vivere una vita senza restrizioni autoimposte. La sua vita appare come un accumulo di ansie e frustrazioni, che rendono ogni gesto quotidiano un’impresa ardua.
E tra un sorriso ed un cappio,
Il contrasto tra il “sorriso” e il “cappio” è particolarmente significativo. Il sorriso, simbolo di gioia e di leggerezza, si trova qui a coesistere con l’immagine del cappio, che rappresenta la sofferenza estrema e la possibilità della morte. Questo accostamento inusuale suggerisce un’incompatibilità tra ciò che la società si aspetta (un sorriso, un’apparenza di felicità) e ciò che realmente l’autore prova (un desiderio di liberarsi dal dolore, un richiamo alla morte come via di fuga). Il sorriso può essere visto come una maschera, una forma di copertura per nascondere la verità, una facciata che nasconde la disperazione interiore. Il cappio, invece, è l’immagine della sofferenza estrema, del limite oltre il quale si cede. Il “tra” suggerisce che l’autore è in bilico, sospeso tra due realtà contrastanti, una superficiale e una più profonda, che non riesce a conciliare.
Tra il caffè ed il tabacco,
Il caffè e il tabacco sono due elementi fortemente radicati nella quotidianità dell’autore, simboli di una routine che si ripete incessantemente. Il caffè è un simbolo di stimolo, di tentativo di rimanere svegli, di affrontare il giorno con una parvenza di energia, mentre il tabacco è legato a un’abitudine che può essere sia rilassante che autolesionista. L’accostamento di questi due elementi rafforza l’idea di un’esistenza vissuta in bilico, sospesa tra stimolo e dipendenza, tra il bisogno di restare svegli e la tentazione di fuggire dalla realtà. Questi due oggetti sembrano rappresentare il tentativo di riempire il vuoto esistenziale attraverso il consumo, ma allo stesso tempo richiamano un senso di impotenza e di autocontrollo perso.
Con la faccia nel fango,
L’immagine della “faccia nel fango” è potente e simbolica. Essa rappresenta l’umiliazione, la sconfitta, il sentirsi abbassati, sporchi e incapaci di rialzarsi. Il fango è una sostanza vischiosa che rende difficile ogni movimento, impedendo di alzarsi, proseguire o avanzare. Mettere la faccia nel fango indica una resa, un completo sprofondamento nella sofferenza, dove ogni tentativo di uscire da questa condizione appare vano. Il fango può anche rappresentare la realtà in cui l’autore si trova intrappolato: sporca, faticosa, difficoltosa. L’immagine di una faccia immersa in esso è un atto di arrendersi all’impotenza, alla sofferenza, al dolore che non può essere scacciato.
Non capisco più un cazzo.
Il verso finale esprime in modo diretto e crudo una totale confusione mentale e un senso di disorientamento. “Non capisco più un cazzo” non è solo una frase colloquiale, ma un’espressione di frustrazione e di incapacità di orientarsi in una realtà che appare caotica e incomprensibile. L’autore si trova in uno stato di blocco cognitivo ed emotivo, in cui ogni cosa sembra sfuggire al controllo, dove la logica e la comprensione non trovano più posto. Questo verso rappresenta il culmine di un disagio esistenziale in cui l’autore è totalmente sopraffatto, incapace di trovare una via d’uscita.
Un’altra sigaretta tra la luna e un falò,
In questo verso, l’immagine di “un’altra sigaretta” si inserisce in un contesto che già suggerisce una dimensione riflessiva e, al contempo, auto-sabotante. La sigaretta non è solo un simbolo di abitudine, ma anche di un gesto che segna la solitudine, l’attesa o la fuga dalle problematiche quotidiane. La sigaretta diventa il mezzo per un momento di riflessione interiore o, in alternativa, un tentativo di anestetizzare il pensiero. L’accostamento tra la “luna” e “un falò” introduce un contrasto suggestivo, in cui la luna, simbolo di riflessione, solitudine e freddezza, si scontra con il falò, che rimanda a un calore intenso, a un fuoco che può sia purificare che distruggere. L’ambientazione così costruita appare ambigua: la “luna” evoca la solitudine e la quiete, mentre il “falò” suggerisce una sensazione di rabbia, di passione o anche di distruzione. L’accostamento richiama alla mente l’opera di Cesare Pavese, in particolare la sua celebre “La luna e i falò”, dove il falò rappresenta il passato e la memoria dolorosa, e la luna è testimone silente di un’umanità che cerca di fare i conti con se stessa. L’autore qui sembra vivere in un contesto di riflessione malinconica, accendendo una sigaretta che lo porta a scavare nel proprio mondo interiore, tra memorie e conflitti.
Una notte da vignetta e parli di Chamfort
Il riferimento a una “notte da vignetta” è piuttosto interessante e ricco di implicazioni. Una vignetta, infatti, può essere intesa come una piccola scena che cattura un momento specifico, ma anche come una rappresentazione del quotidiano che si fa caricatura. In questo caso, si può intendere che la “notte” sia caratterizzata da una sensazione di surrealismo, come se tutto fosse parte di un quadro che oscilla tra il comico e il tragico. L’espressione “notte da vignetta” evoca un’immagine di disillusione, ma anche di distacco dalla realtà, dove la profondità delle emozioni sembra essere ridotta a una battuta, come se l’autore non riuscisse a prendere sul serio la situazione o stesse cercando di mascherare il dolore con un’apparente leggerezza. La citazione di Chamfort, filosofo francese noto per il suo cinismo e le sue affermazioni sulla natura umana, aggiunge un ulteriore strato di complessità. Chamfort è spesso associato a una visione del mondo disillusa e pessimista, che non lascia spazio per illusioni. Il fatto che l’autore faccia riferimento a Chamfort, in un contesto che sembra così ricco di disincanto, potrebbe suggerire che la conversazione o l’esperienza che si sta vivendo sia dominata dalla consapevolezza di un mondo crudele, senza speranze o giustificazioni. La notte diventa quindi non solo un periodo di tempo, ma un riflesso della condizione esistenziale dell’autore e del suo interlocutore, un momento di disillusione e di confronto con la durezza della vita.
Io quasi il tuo Schopenhauer coi suo’ contro e i suoi pro,
Il riferimento a Schopenhauer in questo contesto è estremamente rilevante, poiché il filosofo tedesco è noto per la sua visione pessimista del mondo, in cui la vita è governata dalla sofferenza e dall’insoddisfazione, e il desiderio è la causa principale del dolore umano. L’espressione “io quasi il tuo Schopenhauer” sembra indicare una somiglianza o un avvicinamento a questa visione del mondo, ma con un tono di autoconsapevolezza e di riflessione critica. La frase “con i suoi contro e i suoi pro” suggerisce che l’autore non si limita a seguire la filosofia di Schopenhauer in maniera dogmatica, ma ne riconosce anche le contraddizioni. In effetti, Schopenhauer era anche consapevole delle sue teorie più pessimistiche, eppure cercava una possibile via di fuga attraverso la contemplazione estetica o la rinuncia ai desideri. Il verso mette in evidenza come l’autore, pur riconoscendo il valore critico del pensiero schopenhaueriano, non si senta completamente aderente ad esso, quasi come se stesse cercando di mantenere un certo distacco critico dalla propria visione della realtà. Questa consapevolezza riflessiva, tuttavia, non gli consente di uscire dalla condizione di sofferenza e disillusione, proprio come Schopenhauer stesso non riusciva a trovare una soluzione definitiva al dramma umano.
Mi chiedi che vuole dire e io che cazzo ne so.
Il verso finale di questa sezione evidenzia un forte contrasto con le riflessioni filosofiche e intellettuali che precedono. La domanda dell’interlocutore (“mi chiedi che vuole dire”) suggerisce una ricerca di significato, una domanda su come interpretare la realtà che li circonda, come se ci fosse una speranza di trovare una risposta o una spiegazione alle difficoltà. Tuttavia, la risposta dell’autore, “io che cazzo ne so”, è carica di disillusione e di impotenza. L’autore, che si è confrontato con idee e pensieri complessi, si rende conto di non avere alcuna risposta definitiva da offrire, proprio come la filosofia, che pur cercando di spiegare il mondo, non fornisce soluzioni pratiche ai dilemmi esistenziali. L’uso del linguaggio crudo e diretto in “che cazzo ne so” conferisce una forte intensità emotiva al verso, sottolineando non solo l’incapacità di rispondere ma anche una frustrazione profonda. Questo “non sapere” è il culmine di una riflessione che non porta a una verità definitiva, ma piuttosto a una crescente consapevolezza dell’impossibilità di trovare risposte semplici o soluzioni facili alla condizione umana. L’atteggiamento sembra essere quello di un abbandono, una resa di fronte a un mondo che non ha senso o che non può essere compreso appieno.
Arthur Schopenhauer (1788-1860) e Sébastien-Roch Nicolas de Chamfort (1741-1794) sono filosofi che operano in contesti storici e culturali diversi: Schopenhauer, tedesco, è un filosofo del XIX secolo, mentre Chamfort, francese, è un pensatore del XVIII secolo. Tuttavia, entrambi sono noti per le loro visioni disilluse della natura umana e del mondo.
Schopenhauer è famoso per la sua filosofia pessimista, incentrata sulla teoria della “volontà”, la quale sostiene che la sofferenza è una parte inevitabile e inscindibile dell’esistenza umana, causata dai desideri incessanti e irragionevoli che dominano l’essere umano. La sua visione del mondo è intrinsecamente dolorosa, e il miglioramento della condizione umana è visto come estremamente difficile, se non impossibile. Schopenhauer riteneva che l’unico modo per ridurre la sofferenza fosse attraverso il distacco dal desiderio, come nel caso della contemplazione estetica o dell’ascesi.
Chamfort, d’altra parte, sebbene non sia stato un filosofo sistematico come Schopenhauer, è noto per il suo cinismo e le sue aforismi che esprimono una visione cinica e pessimistica della natura umana. Chamfort, che visse durante il periodo della Rivoluzione Francese, era critico nei confronti della società e della morale del suo tempo. La sua riflessione sul dolore umano e la corruzione della società si traduceva in un’analisi dei vizi e dei fallimenti dell’individuo, molto simile, sebbene meno strutturata, alla visione schopenhaueriana.
Entrambi i pensatori, pur partendo da presupposti e approcci diversi, condividono una visione del mondo come fondamentalmente imperfetto e problematico. Entrambi vedono il dolore come una costante e la felicità come qualcosa di fugace e illusorio. Chamfort, con il suo cinismo, potrebbe essere visto come una sorta di precursore del pensiero schopenhaueriano, in quanto esprime un pessimismo sulla condizione umana che troverà un ampio sviluppo nelle teorie di Schopenhauer.
“Qui Auget Scientiam Auget Et Dolorem” emerge come una riflessione profonda e senza compromessi sulla condizione esistenziale, segnando un contrasto tra la ricerca di significato e il peso del dolore interiore. Il titolo stesso, che trae ispirazione dal famoso proverbio latino “Qui auget scientiam auget et dolorem” (Chi aumenta la conoscenza aumenta anche il dolore), funge da chiara chiave interpretativa per l’intera canzone, suggerendo che la consapevolezza della realtà, per quanto possa arricchire l’individuo, porta inevitabilmente con sé il fardello della sofferenza. Il testo della canzone è denso di immagini forti e di contrasti tra il rifugio in vizi e abitudini distruttive e la consapevolezza di una vita che sfugge e non riesce a trovare pace.
Nel corso della narrazione, l’autore si muove tra il cinismo e il nichilismo, facendo riferimento a figure filosofiche come Schopenhauer e Chamfort per esprimere il suo disincanto nei confronti delle strutture della società e della natura umana. Le immagini ricorrenti, come la sigaretta, il fango e il silenzio, rappresentano visivamente un vuoto esistenziale che l’individuo si trova a fronteggiare, con un senso di impotenza che permea ogni aspetto della sua vita. La ciclicità dei gesti e delle riflessioni esprime un’inadeguatezza fondamentale, una lotta interna tra il desiderio di evadere e la consapevolezza di non trovare mai una soluzione definitiva.
L’uso di riferimenti letterari, che spaziano da Pavese a Schopenhauer, inserisce la canzone in un contesto intellettuale di ricerca esistenziale e filosofica, creando un dialogo tra il testo e le riflessioni più ampie sulla condizione umana. Tuttavia, questa intellettualizzazione non salva l’individuo dal suo destino di dolore, ma lo colloca piuttosto in un ciclo ineluttabile di consapevolezza e sofferenza. La frase finale, “Non capisco più un cazzo”, diventa così l’espressione di un totale smarrimento, la resa di fronte a un’esistenza che non offre risposte facili o consolatorie. La canzone, pur essendo intrisa di pessimismo, si fa portavoce di una verità che va oltre l’illusione di speranza, un’amara accettazione della realtà, sempre oscillante tra il desiderio di significato e la consapevolezza che forse, nella vita, la sola costante è il dolore.

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Lyrics by Marco Delrio, Music by Walter Visca, Marco Delrio, Stefano Apicella
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disclaimer: Gli articoli presenti in questa sezione del blog includono analisi di poesie effettuate dall’intelligenza artificiale. È importante tenere presente che le interpretazioni artistiche e letterarie sono spesso soggettive e possono variare notevolmente da persona a persona. Le analisi fornite dall’intelligenza artificiale sono basate su modelli di linguaggio e dati storici, ma non riflettono necessariamente l’unico o il “vero” significato di una poesia. Le analisi dell’intelligenza artificiale possono offrire prospettive interessanti e nuove su opere letterarie, ma non dovrebbero sostituire l’approccio critico umano o l’interpretazione personale. Si consiglia agli utenti di prendere in considerazione le analisi dell’intelligenza artificiale come un punto di partenza per la riflessione e il dibattito, piuttosto che come un’opinione definitiva. Si prega di ricordare che l’arte, compresa la poesia, è aperta a molteplici interpretazioni e sfumature, e il piacere della sua scoperta deriva spesso dalla libertà di interpretazione personale. Inoltre, l’intelligenza artificiale potrebbe non essere in grado di cogliere completamente l’aspetto emotivo o contestuale di una poesia, il che rende ancora più importante considerare le analisi con una mente aperta e critica.
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