Al termine della giornata Joy fece ancora un ultimo grande respiro prima di lasciare il negozio di Laurey. L’odore di vernice e legno levigato avvolgeva ogni angolo del piccolo negozio di quadri, che si trovava fra due botteghe di ceramica lungo il viale del borgo. L’aria era densa di musica silenziosa, di cui si percepiva soltanto il lieve fruscìo delle sue scarpe sul pavimento in cotto. Le pareti, dipinte di un avorio vissuto, erano punteggiate di cornici: alcune antiche, consumate dal tempo, altre moderne, dai profili sottili e decisi. La luce del mattino filtrava dalle grandi finestre e cadeva inclinata sui vetri, riflettendo qua e là dettagli delle tele esposte — una barca solitaria in mezzo al lago, un volto femminile dallo sguardo enigmatico, una danza di colori astratti. Joy si sentiva immersa in un tempo sospeso, come se ogni quadro fosse una finestra aperta su un pensiero, un ricordo, una possibilità. Si avvicinò a una cornice in legno scuro, toccandone il bordo con la punta delle dita, e le sembrò per un istante di ascoltare una voce muta, come se ogni opera le parlasse, sussurrandole storie da immaginare.
Riprese coscienza del qui e ora e si congedò da Laurey insieme a Densey.

Lascia un commento