Il Diario delle Vanvere Terapeutiche #352

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15/06/1924 – Ore 15:10 – #352

All’alba della rinascita della Warst Plays, in accordo con William e Stewart, ì resto di contro e iscosto didietro dell’ennesime tenaglie appese ai respiri che prendo cada volta che, d’un motivo oll’altro, non sembro divincolarmi dal contar le distanze temporali ch’ormai paiono irreali e mi lassano ondeggiare in codesto mare scuro di ricordi zuccherini sì, ma ‘sì amari quan si siedono in fondo allo stomaco. ‘Sì prossimo fui ieri sera, in balia dell’ebbrezza dell’esagerazione, delle scure, dell’entusiasmo, della spensieratezza, ‘sì prossimo al comporre un’epistola ch’or mi pare a dir poco stolta e patetica. ‘Sì vicino all’imbucarla in la cassetta quivi all’angolo d’April Street e lassar che Watson oi la portasse a chi, per vero, l’inniorerebbe come le mille addietro ove a brandelli ho allegato anch’un pezzo del mio intero essere. Quell’essere ch’ho dovuto ricostruire dì per dì pe’ più di trecento giorni oramai. Che scrivere, d’ogni modo? Che ‘n tutte le levate del sole, ‘n tutto ‘l meriggiare viscoso per l’obbligazioni, ‘n tutte le scure sortite delle lune, di fatto, non v’è singolo sentiero che scruto più di lo ch’abbiamo abbandonato un anno addietro? Fila fianco il mio, ‘sì pare, più tenue e soffice al passo, ‘sì pare, di poco più ‘n discesa, ‘sì mi pare. E son illusioni che nella lucidità d’un qualsiasi dì ‘n mezzo alla settimana riesco a scioare colla maturità ch’in fondo non ho mai nemmeno mostrato in precedenza. Saranno gli spintoni d’un’emicrania spietata ch’or mi costringono allo scrittoio coll’occhi spersi a metà strada fra ‘l naso e ‘l foglio, sarà ch’in fondo detesto quell’Arthur che sfronda a cada diluvio etilico sconsiderato e brama solo urlare l’istinti sciocchi sin valutare una qualsiasi conseguenza. L’opposto, di fatto, di lo che deseo ‘n ogni foglietto impiastricciato fino ad ora. Oppure è elli lo ch’in fondo son didentro e che semplicemente vesto di cotanta filosofia, che celo didietro ‘sì tante maschere di maschere? Cosa debbo ancora attuare per far sì ch’anche l’ultimo spadino si sfili dal costato? Mi divelle, per vero, la nostalgia dell’anni con Valerie; eppure più ch’ogni altra cosa, anelo ad assaporare per la prima volta ‘l gusto d’un’esistenza sin ella, sin nostalgie alcune, di nulla, di niuno, solo una lunga e tiepida spiaggia vuota ove passeggiare meco, solo il silenzio. Non so più cosa sia ‘l silenzio.

Stewart Bees, Marqueez, Contea di Bolinthos, 1924


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