TESTO
Resto qui,
Rovinato dai miei aneddoti da bar.
Ricordi la mia pelle d’oca e i tuoi monologhi su Marx?
E’ un vecchio film
Che rivedo in un bicchiere di cognac.
Ricordi la mia voce roca che ora stona?
E il mio rancore è ancora qui
A crogiolare tra le scuse che mi dirò.
Va’ così,
Consumato dal tepore di Amsterdam.
Ricordi la tua pelle ocra e il mio discorrere sul punk?
E forse sì
Che ho sprecato troppa logica in un pub.
Mi tengo la mia testa vuota e qualche strofa
Sul rimpianto e sui cliché
Soffocati dal vociare di un juke-box.
E’ un autogrill
Cesellato da trent’anni di viavai.
Ricordi la camicia bianca che s’intona al tuo foulard?
Quel venerdì
Spiaccicato su una fiacca promenade.
Ricordi la tua vita stanca che mi manca
E il nostro vivere in 3-D
Nella superficialità di un rock ‘n’ roll?
E il tuo ricordo è ancora qui
A giudicare austero ogni mia
Apatia, menzogna,
Il mio cantare di Baudelaire,
Il mio naufragare lento in un caffè.
Prevedibile e banale
E’ il mio ignavo vivere;
Un aneddoto che inizia col perché
Di chi non sa il perché.


TRANSLATION
Anecdotes
I stay here,
Ruined by my bar anecdotes.
Do you remember my goosebumps and your monologues on Marx?
It’s an old film
That I watch again in a glass of cognac.
Do you remember my hoarse voice that now clashes?
And my grudge is still here
To bask in the excuses I’ll tell myself.
It goes like this,
Consumed by the warmth of Amsterdam.
Do you remember your ochre skin and my talk about punk?
And maybe yes
That I wasted too much logic in a pub.
I keep my empty head and a few verses
On regret and clichés
Suffocated by the chatter of a juke-box.
It’s a rest area
Carved by thirty years of traffic.
Do you remember the white shirt that matches your scarf?
That Friday
Smashed on a tired promenade.
Do you remember your tired life that I miss
And our life in 3-D
In the superficiality of a rock ‘n’ roll?
And your memory is still here
Judging sternly every bit of my
Apathy, lie,
My singing of Baudelaire,
My slow sinking in a coffee.
Predictable and banal
Is my apathetic life;
An anecdote that begins with why
Of someone who doesn’t know why.

ANALISI AI
“Aneddoti” è una canzone che affonda le radici nella riflessione profonda sulla vita, i rimpianti e la ricerca di senso attraverso le piccole storie quotidiane. Il protagonista si trova a fare i conti con il peso di ricordi che, sebbene intrisi di nostalgia, sembrano più dei fardelli che dei momenti di crescita. Il brano è intriso di un’atmosfera malinconica, in cui l’autore rivive gli episodi della sua vita passata, segnati da discorsi ideologici, amori ormai lontani e una certa apatia che pervade il suo esistere. La nostalgia del passato si intreccia con il presente, dove le sue azioni e riflessioni appaiono come un ciclo ripetitivo, un “aneddoto che inizia col perché” ma che non sembra trovare una risposta definitiva. Tra metafore potenti e immagini evocative, il pezzo esplora la superficialità di alcune esperienze e il costante confronto con il proprio io, in un continuo gioco tra il passato e il presente.
Resto qui, rovinato dai miei aneddoti da bar.
Il verso iniziale stabilisce immediatamente un tono di riflessione e di disillusione. L’uso della parola “rovinato” suggerisce una condizione di decadimento o deterioramento, che potrebbe riferirsi sia alla condizione fisica che psicologica del protagonista. Il termine “aneddoti da bar” evoca una sensazione di confusione, di esperienze che non sono mai veramente significative, ma che vengono ripetute in modo quasi meccanico, come parte di un rituale. Questi aneddoti sembrano essere il riflesso di un’esistenza passata che non ha portato a nulla di concreto, ma che ha lasciato una sorta di vuoto, o peggio, un danno. La ripetizione di storie in un contesto che è quello di un bar, simbolo di una socialità superficiale, enfatizza questa idea di frasi che si susseguono senza arrivare mai a un vero scopo.
Ricordi la mia pelle d’oca e i tuoi monologhi su Marx?
In questo verso, l’immagine della “pelle d’oca” richiama una sensazione di emozione o di vulnerabilità. Forse è un riferimento a un momento in cui il protagonista si sentiva davvero vivo, stimolato da una conversazione profonda o emozionante, come quella sui “monologhi su Marx”, che allude a discussioni teoriche, intellettuali o politiche. La scelta di Marx come soggetto di discussione suggerisce un tempo di gioventù idealista o ribelle, dove l’individuo e la sua compagna erano coinvolti in dibattiti intellettuali. Tuttavia, la domanda “ricordi?” implica che tutto ciò sia ormai distante, come se questi ricordi stiano svanendo o fossero difficili da afferrare nel presente.
E’ un vecchio film che rivedo in un bicchiere di cognac.
Il protagonista fa un parallelismo tra la sua vita e un “vecchio film”, suggerendo che le sue esperienze passate si stiano ripetendo ciclicamente, come un film che viene riprodotto continuamente. Questo “film” può essere visto come una metafora della routine e della nostalgia, in cui il protagonista si perde nella propria mente, cercando di rivivere momenti che ormai sono solo un ricordo. Il bicchiere di cognac è un simbolo di evasione, un modo per rimanere ancorato a qualcosa che, purtroppo, non può essere più riconquistato. Il cognac, una bevanda simbolo di una certa classe sociale, diventa il mezzo attraverso cui il protagonista cerca di trovare conforto e risposte a un passato che non sembra avere più un valore concreto.
Ricordi la mia voce roca che ora stona?
La voce “roca” di cui si parla in questo verso può simboleggiare una perdita di vitalità, di freschezza, come se la voce del protagonista fosse diventata graffiata, forse dal tempo, dall’abitudine o dall’esperienza. Il fatto che “ora stona” implica che il protagonista, una volta giovane e vibrante, ora è un’ombra di sé stesso. C’è una dissonanza tra quello che era e quello che è diventato. La voce che “stonava” prima, forse con entusiasmo o passione, ora risulta discordante, come se non fosse più in sintonia con il mondo che lo circonda. L’idea di “stonare” rende chiaro il concetto di alienazione, come se il protagonista non riuscisse più a trovare il suo posto in un mondo che non riesce più a capire.
E il mio rancore è ancora qui a crogiolare tra le scuse che mi dirò.
Il rancore è descritto come qualcosa che persiste, che rimane nella vita del protagonista, quasi come un’entità viva che si alimenta delle “scuse” che il protagonista si racconta. Il verbo “crogiolare” suggerisce che il rancore non solo persiste, ma si nutre della sofferenza, come se fosse una fiamma che arde lentamente. L’immagine di questo rancore che “crogiola” tra le scuse fa pensare che il protagonista non riesca a liberarsi dal suo passato, da quei momenti che non sono mai stati risolti. Le “scuse” che il protagonista si ripete sono un meccanismo di difesa, un modo per giustificare l’inazione e il suo stato attuale. Il rancore quindi non solo sopravvive, ma diventa parte integrante della sua esistenza, un compagno che non lascia mai spazio alla liberazione o al perdono.
Va’ così, consumato dal tepore di Amsterdam.
Il verso “Va’ così, consumato dal tepore di Amsterdam” suggerisce una sorta di rassegnazione nei confronti della propria vita. “Va’ così” implica che il protagonista abbia accettato una condizione che non può cambiare o migliorare, un atteggiamento che potrebbe essere interpretato come segno di stanchezza mentale o emotiva. L’espressione “consumato” porta con sé un senso di usura, di deterioramento, che può riferirsi sia allo stato fisico che psicologico del protagonista. Il “tepore di Amsterdam” evoca un’immagine sensoriale, quella di un calore che, purtroppo, non riesce a dare conforto, ma piuttosto contribuisce a una sensazione di oppressione. La scelta di Amsterdam come sfondo suggerisce un contesto di riflessione intima, un luogo che può essere associato a momenti di introspezione, ma anche a una disillusione. Amsterdam, nota per la sua tolleranza e la sua storia di ribellione culturale, potrebbe essere il simbolo di una giovinezza ormai perduta, un’epoca che non torna, e la “consumazione” potrebbe alludere a un certo abuso di libertà che ha portato a una situazione di vuoto interiore.
Ricordi la tua pelle ocra e il mio discorrere sul punk?
Il verso evoca il ricordo di un passato che si collega a un’intensa carica emotiva. La “pelle ocra” della persona evocata nel verso richiama una suggestione sensoriale forte, un’immagine fisica che forse simboleggia un’affinità o una bellezza esotica e particolare. Il “mio discorrere sul punk” introduce un altro livello di significato, legato a un’epoca di rivolta, di contestazione e di desiderio di cambiamento. Il punk, come cultura musicale e come stile di vita, è un simbolo di ribellione e di distacco dalle convenzioni sociali. La domanda “Ricordi?” evidenzia il contrasto tra il presente e un passato che sembra ormai lontano, come se i protagonisti, pur avendo condiviso momenti significativi, ora si trovassero su strade completamente separate. La scelta di un tempo passato per parlare di valori come la ribellione e la contestazione implica una riflessione sulla perdita di idealismo e sulla difficoltà di mantenere vivi certi principi nel tempo.
E forse sì che ho sprecato troppa logica in un pub.
In questo verso, c’è un’ammissione di delusione verso il proprio passato e le proprie scelte. “Ho sprecato troppa logica” suggerisce che il protagonista ha dedicato troppo tempo a riflessioni razionali, forse a discussioni intellettuali o filosofiche che ora appaiono inutili, sprecate. Il pub, come luogo simbolico di socialità e di svago, diventa l’ambito in cui la “logica” sembra fuori posto. Questo può implicare che le conversazioni che si tenevano in quel contesto erano vane o che, purtroppo, non portavano a nessuna evoluzione. La contrapposizione tra la “logica” e il “pub” suggerisce anche una frattura tra la razionalità e l’irrazionalità, tra la riflessione e la distrazione, con un senso di inutilità che pervade tutto il verso.
Mi tengo la mia testa vuota
Il verso “Mi tengo la mia testa vuota” esprime un desiderio di liberarsi da pensieri e riflessioni che ora sembrano pesanti, opprimenti. La testa “vuota” può essere interpretata come un modo per scappare da un’introspezione dolorosa o da un’overthinking che paralizza il protagonista. Potrebbe anche essere il tentativo di vivere nel presente, di non farsi sopraffare dai rimpianti o dalle aspettative. Tuttavia, la “testa vuota” potrebbe anche indicare un malessere più profondo, una forma di anestesia emotiva, un vuoto interiore che non permette di affrontare realmente le proprie emozioni o difficoltà. In questo caso, la “testa vuota” diventa una sorta di protezione contro il caos interno, ma allo stesso tempo un ostacolo alla crescita personale.
E qualche strofa sul rimpianto e sui cliché
Il protagonista sembra rifugiarsi nella scrittura, forse come un modo per esprimere il proprio malessere o per cercare di dare un senso alle proprie emozioni. Le “strofe sul rimpianto e sui cliché” suggeriscono che la sua scrittura è diventata una riflessione su ciò che avrebbe potuto essere, ma che non è mai stato. Il “rimpianto” è legato a ciò che è stato perso o non vissuto, mentre i “cliché” potrebbero rappresentare idee o comportamenti ripetitivi che ormai non hanno più valore. La combinazione di rimpianti e cliché rivela una sensazione di stagnazione e di disillusione, come se la vita fosse diventata una ripetizione di schemi vuoti.
Soffocati dal vociare di un juke-box.
Il verso finale descrive un’atmosfera di soffocamento, in cui i pensieri e le riflessioni del protagonista sono sopraffatti dal “vociare di un juke-box”. Il juke-box, simbolo di una musica che ripete sempre le stesse canzoni, rappresenta il rumore di fondo che impedisce di concentrarsi, di riflettere in modo chiaro. Le “canzoni ripetitive” del juke-box sono metafora di una vita che sembra andare avanti senza cambiamenti, di un’esistenza che è imprigionata in una sorta di loop, senza alcuna vera evoluzione. Il “vociare” del juke-box è il simbolo di una realtà che distoglie l’attenzione dalle riflessioni più profonde, soffocando ogni possibilità di cambiamento o di crescita.
E’ un autogrill cesellato da trent’anni di viavai.
Il verso “E’ un autogrill cesellato da trent’anni di viavai” è ricco di metafore evocative. L’autogrill, tipico luogo di sosta lungo le strade, viene descritto come un simbolo di transito e di momenti fugaci. L’idea che l’autogrill sia “cesellato da trent’anni di viavai” suggerisce che il luogo sia stato martoriato dal passare del tempo e dalle esperienze che vi si sono svolte. Il termine “cesellato” implica una sorta di intaglio preciso e duraturo, come se il continuo movimento delle persone, i passaggi e i ricordi si siano impressi nella struttura stessa di quel luogo. Il “viavai” si riferisce al flusso costante di persone che, come viaggiatori senza una destinazione precisa, si fermano brevemente prima di riprendere il cammino. Questo crea l’immagine di una vita vissuta senza sosta, ma anche senza radici, come se la stessa esistenza del protagonista fosse caratterizzata da un continuo transito, senza fermarsi mai veramente a riflettere.
Ricordi la camicia bianca che s’intona al tuo foulard?
Questo verso riporta l’attenzione su un particolare visivo legato al passato, evocando un’immagine di eleganza e cura nei dettagli. La “camicia bianca” è un simbolo di semplicità e purezza, ma anche di una certa formalità e ordine. Essa “s’intona al tuo foulard”, suggerendo una sinergia, una perfetta armonia tra il protagonista e la persona a cui si rivolge. La scelta di dettagli come la camicia e il foulard, vestiti simbolicamente eleganti e coordinati, potrebbe evocare una memoria di momenti in cui la vita sembrava più piena di significato, in contrasto con la percezione attuale di vuoto e superficialità. La domanda “Ricordi?” serve a riprendere la connessione con un passato condiviso, ma al contempo introduce un senso di nostalgia e di distacco, come se quelle immagini e sensazioni fossero ormai lontane e non più realizzabili.
Quel venerdì spiaccicato su una fiacca promenade.
Il “venerdì” menzionato nel verso assume una connotazione di ordinario, ma allo stesso tempo di una giornata speciale, un momento che si cristallizza nella memoria del protagonista. La parola “spiaccicato” suggerisce una sensazione di staticità, di stanchezza, come se quel venerdì fosse stato consumato senza energia, senza vitalità. “Spiaccicato” implica un movimento che si è arrestato, un’immagine di qualcosa che, pur nella sua apparente attività, risulta privo di spinta o entusiasmo. La “fiacca promenade” rinforza questa idea, con il termine “fiacca” che rimanda a una sensazione di debolezza, di mancanza di forza, sia fisica che emotiva. La promenade, generalmente una passeggiata costeggiata da paesaggi piacevoli, qui diventa un luogo associato alla fatica e alla disillusione. Il contrasto tra la promozione dell’immagine di un luogo di svago e la sua interpretazione come “fiacca” rinforza l’idea di un tempo che non soddisfa più, di un esaurimento emotivo che ha preso il sopravvento.
Ricordi la tua vita stanca che mi manca
In questo verso, il protagonista si rivolge all’altro con un’espressione di rimpianto. La “vita stanca” è una descrizione che trasmette l’idea di un’esistenza vissuta con fatica, forse segnata dalla ripetitività e dalla disillusione. L’uso del termine “stanca” rende l’immagine di una vita ormai svuotata di energia, di passione o di direzione. La frase “che mi manca” svela la contraddizione tra il desiderio di quella vita che, pur essendo segnata dalla fatica, possedeva una sorta di autenticità o di forza che manca ora. Questa nostalgia per la vita “stanca” suggerisce un contrasto con l’attuale condizione di vuoto o di insoddisfazione del protagonista, un richiamo a un passato che, pur non essendo perfetto, appare comunque più vivido e ricco di significato rispetto al presente.
E il nostro vivere in 3-D nella superficialità di un rock ‘n’ roll?
Il verso finale introduce un’immagine potente e un po’ ironica, “il nostro vivere in 3-D nella superficialità di un rock ‘n’ roll”. Il riferimento al “3-D” potrebbe essere interpretato come una metafora della ricerca di profondità, di esperienze più complesse e complete, ma al contempo suggerisce che tale ricerca sia stata mal indirizzata, limitata, come se il protagonista cercasse la vita in modo più completo ma attraverso una lente che distorce la realtà. Il contrasto con la “superficialità di un rock ‘n’ roll” sottolinea l’incompatibilità tra il desiderio di una vita piena e autentica (il “3-D”, come simbolo di tridimensionalità) e il modo in cui quella vita è stata vissuta: attraverso la leggerezza e l’apparenza di un “rock ‘n’ roll”, un’esistenza che si esprime con frenesia, ma che rimane spesso priva di sostanza. Il rock ‘n’ roll, come stile di vita, è spesso associato a trasgressione e gioventù, ma qui appare come una metafora di una vita vissuta senza profondità, dominata dalla distrazione e dall’inseguimento di piaceri momentanei. Il “rock ‘n’ roll” viene quindi reso simbolo della frivolezza, della superficialità che il protagonista sta ora criticando.
E il tuo ricordo è ancora qui
Il verso inizia con un riferimento al “tuo ricordo”, come se il passato di un’altra persona fosse ancora presente nella vita del protagonista, come una sorta di ombra che non si dissolve mai. Il “ricordo” assume qui un significato che va oltre la memoria semplice; è qualcosa che continua a esercitare una forza emotiva. La scelta del verbo “è” al presente, anziché un più distaccato “era”, rivela la permanenza e l’intensità di questo ricordo, come se fosse ancora vivo e attuale. Non si tratta solo di un riflesso nostalgico, ma di qualcosa che continua a influenzare e a pesare sulle azioni e sul pensiero del protagonista. È un ricordo che non permette distacco, ma anzi permane costante, quasi a giudicare e misurare ogni altra esperienza presente.
A giudicare austero ogni mia apatia, menzogna,
La frase “a giudicare austero” rende il ricordo della persona come un’entità severa e inflessibile, come se il ricordo non fosse solo un elemento emotivo ma anche un vero e proprio giudice che misura le azioni del protagonista. L’aggettivo “austero” qui implica una severità morale, una rigidità che non perdona, come se il ricordo di quella persona osservasse ogni comportamento del protagonista con occhi critici e implacabili. La lista di parole che segue, “apatia, menzogna”, suggerisce due tratti caratteriali che il protagonista riconosce come suoi, ma che ora appaiono accentuati dal contrasto con il ricordo della persona. “Apatia” è l’indifferenza emotiva, la perdita di passione o coinvolgimento nelle cose della vita; “menzogna” rappresenta la distorsione della verità, l’inganno verso gli altri o verso sé stessi. La giustapposizione di questi due termini crea l’immagine di un protagonista che sta lottando con se stesso, immerso in un’esistenza che si è fatta falsa e priva di motivazione.
Il mio cantare di Baudelaire,
Il “cantare di Baudelaire” fa riferimento all’autore francese Charles Baudelaire, noto per la sua poesia decadente e simbolista, che esplora temi di malinconia, corruzione e disillusione verso la vita e la società. Il fatto che il protagonista si descriva mentre “canta di Baudelaire” implica un’atmosfera di riflessione e profondità emotiva, ma allo stesso tempo può suggerire un atteggiamento un po’ autoindulgente, come se la sua ricerca di significato attraverso la poesia fosse, in qualche modo, una forma di fuga dalla realtà. Il “cantare” potrebbe suggerire anche un tentativo di esternare un malessere che resta in gran parte inespresso, una ricerca di un linguaggio che permetta di esprimere l’indicibile, ma che nel contempo rischia di rimanere un atto futile, incapace di cambiare la condizione di vita del protagonista. Il riferimento a Baudelaire rende chiaro che il protagonista cerca un significato profondo nella sofferenza, ma si muove comunque nel solco di una tradizione che ha già trattato questi temi in maniera complessa e intensa.
Il mio naufragare lento in un caffé.
L’immagine del “naufragare lento” è particolarmente evocativa. Il verbo “naufragare” fa pensare a una perdita, a un abbandono, a un essere trascinati dalle onde verso un destino di sconfitta, ma l’aggettivo “lento” mitiga l’urgenza e l’intensità del naufragio, trasformandolo in una sofferenza prolungata, quasi riflessiva. Il naufragio diventa allora un processo lungo e consapevole, in cui il protagonista si ritrova, passo dopo passo, intrappolato in una situazione che non è in grado di evitare. La scelta del caffè come luogo di questa decadenza è interessante: il caffè è tradizionalmente un luogo di incontro, di scambio intellettuale, ma qui diventa il teatro di un lento naufragio. Il caffè, normalmente associato a socialità e discussioni stimolanti, diventa metafora di una solitudine intellettuale e emotiva che accompagna il protagonista nella sua riflessione. L’ambientazione quotidiana e ordinaria del caffè fa risaltare ancora di più l’intensità della crisi esistenziale che il protagonista sta vivendo, come se la sua disperazione fosse ambientata in un luogo banale ma allo stesso tempo intimamente significativo.
Prevedibile e banale è il mio ignavo vivere;
La frase “Prevedibile e banale è il mio ignavo vivere” riflette una consapevolezza dolorosa da parte del protagonista riguardo alla propria esistenza. Il termine “prevedibile” suggerisce che la vita del protagonista è ormai diventata una routine, qualcosa di facile da anticipare, senza sorprese, senza slanci. L’aggettivo “banale” accentua questa sensazione di monotonia, come se la sua vita si fosse ridotta a qualcosa di insignificante, di ordinario, di privo di originalità. “Ignavo” è un termine forte che implica una mancanza di motivazione, una vita senza spinta, senza passione, che si trascina senza meta. Il protagonista si descrive come intrappolato in un’esistenza che non ha più gusto, come se ogni giorno fosse una ripetizione senza cambiamenti o scopi. La scelta di questi termini sottolinea la sensazione di frustrazione e di impotenza di chi si sente incapace di cambiare la propria condizione, di uscire dal ciclo di indifferenza che lo circonda.
Un aneddoto che inizia col perché
“Un aneddoto che inizia col perché” è una riflessione sul senso della propria vita e sull’incapacità di trovare risposte definitive. L’aneddoto, normalmente una storia breve e personale, qui viene usato come una metafora di vita, ma la sua stessa apertura con il “perché” suggerisce una ricerca di senso che non ha ancora trovato risposta. L’interrogativo “perché” diventa il punto di partenza per una riflessione che non porta a nulla di concreto, ma che rimane aperta, come un vuoto che il protagonista non riesce a colmare. Il fatto che l’aneddoto inizi con “perché” implica che la vita del protagonista sia caratterizzata da una continua domanda, da una ricerca di significato che non trova mai risposte soddisfacenti.
Di chi non sa il perché.
Il verso finale “Di chi non sa il perché” racchiude in sé il senso di impotenza e di frustrazione che attraversa l’intera canzone. Il protagonista si riconosce in qualcuno che è privo di risposte, che vive nel dubbio e nell’incertezza, senza mai arrivare a una consapevolezza piena del proprio destino o della propria esistenza. Questo “non sapere il perché” diventa una condanna, un circolo vizioso che non permette di uscire da una condizione di apatia e confusione. Il “perché” non è mai risolto, rimane una domanda senza fine, e questo impedisce al protagonista di trovare un senso più profondo nella propria vita. La ripetizione del tema del “perché” all’interno di un contesto che non offre risposte rinforza il senso di impotenza, di vita sospesa, di ricerca insoddisfatta.
La canzone si dipana come una riflessione profonda e malinconica sulla ricerca di significato, sull’inevitabilità della routine e sul peso dei ricordi. Il protagonista si trova intrappolato in un ciclo di rimpianti, menzogne e apatia, con la consapevolezza di una vita che scivola via in modo prevedibile e banale. Attraverso un susseguirsi di immagini fortemente evocative — come il caffè in cui “naufraga lentamente” o gli “aneddoti da bar” che segnano la sua esistenza — il testo scava nel senso di inadeguatezza e frustrazione, mostrando un individuo che cerca ma non riesce a trovare risposte definitive. Il riferimento a Baudelaire e la continua oscillazione tra il passato e il presente suggeriscono una ricerca esistenziale che non porta a una soluzione, ma lascia il protagonista nella sospensione del “perché”, incapace di colmare il vuoto che lo circonda. La canzone è, dunque, un intenso atto di autoanalisi, una lotta con il proprio io e con una vita che sembra scorrere senza scopo, appesantita da un costante giudizio interno e da un continuo rimuginare sul passato.

SPARTITO
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ACCORDI
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DEMO & REGISTRAZIONI DI PROVA
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CREDITI
Lyrics by Marco Delrio, Music by Wastemark (Marco Delrio, Walter Visca & Stefano Apicella)
CONTACTS
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Telegram me @mvrcodelrio
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disclaimer: Gli articoli presenti in questa sezione del blog includono analisi di poesie effettuate dall’intelligenza artificiale. È importante tenere presente che le interpretazioni artistiche e letterarie sono spesso soggettive e possono variare notevolmente da persona a persona. Le analisi fornite dall’intelligenza artificiale sono basate su modelli di linguaggio e dati storici, ma non riflettono necessariamente l’unico o il “vero” significato di una poesia. Le analisi dell’intelligenza artificiale possono offrire prospettive interessanti e nuove su opere letterarie, ma non dovrebbero sostituire l’approccio critico umano o l’interpretazione personale. Si consiglia agli utenti di prendere in considerazione le analisi dell’intelligenza artificiale come un punto di partenza per la riflessione e il dibattito, piuttosto che come un’opinione definitiva. Si prega di ricordare che l’arte, compresa la poesia, è aperta a molteplici interpretazioni e sfumature, e il piacere della sua scoperta deriva spesso dalla libertà di interpretazione personale. Inoltre, l’intelligenza artificiale potrebbe non essere in grado di cogliere completamente l’aspetto emotivo o contestuale di una poesia, il che rende ancora più importante considerare le analisi con una mente aperta e critica.
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