Il Diario delle Vanvere Terapeutiche #349

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12/06/1924 – Ore 12:09 – #349

Riprendo fiato un paio d’ore prima di cominciare ‘l meriggio presso alcune fabbriche di combustibile in Bolinthos ove debbo monitorare l’effettiva presenza de’ carburanti della Kryomont. Nulla di complicato ma, in mezzo a tali obbligazioni, debbo giungere presso un’officina farmaceutica piuttosto distante da Lylcoin per espletare alcune urgenze inventariali per conto della Riverhorse Inc., un cliente ormai consolidato della Frontprice. Nell’ultimi giorni percepisco un estremo bisogno di serrare l’occhi e lassarmi riposare ogni volta che v’è l’opportunità e, di più, le mie forze durante ‘l corso dell’ore di sole non sono per nulla come solgo vantarmene. Debbo comprendere s’il problema è codesto meteo alquanto imprevedibile o se vi sono aggiustamenti di che tener riguardo nella conduzione delle mie solitanze. Per vero, l’unica vera mutazione in codeste ultime è stata la mia decisione di abbandonare ogni forma di tabacco e avrei scommesso nell’opposto in quanto a ripercussioni fisiche e mentali. Eppure, quissà, è l’intrinseca assuefazione mesclata al nervoso nostalgico che mi trascina in tale limbo d’ovatta rallentata. Stamane ero in Aston, presso la Letterlong Corp. del luogo per alcuni tabulati Kryomont da compilare nel miglior modo possibile e, longo lo stradino che conduceva verso un villino piuttosto caratteristico, ho scorto un manifesto piccicato a un muretto a secco che corniciava un modesto frutteto. Dal guardo giurerei fosse iscritto a mano, sin alcun mezzo di stampa industriale all’origine, e m’ha piacevolmente sorriso colle poche parole che vestiva in dosso, appena storte dall’assenza d’un rigo: “se non cambi nulla oggi, anche domani sarà com’ieri”. Vi sono molti ragionamenti ch’ho fatto nel tragitto fin ad Aston e, successivamente, fino a Powles, nel proseguio delle mie obbligazioni diarie, ove mi son visto tornare ‘sì tante volte su tale semplice ma ‘sì complessa frase ch’ancor adesso mi vedo a doverne estrapolare la maniera migliore per renderla parte integrante del mio camminare ne’ dì. Pur vero che di poco si scosta dal mantra che solgo ripetermi cotidianamente – talvolta inniorandolo – ch’è lo di far un poco più del dì precedente e un poco meno del dì ch’ha da venire, presuppondendo che non vi sia un possibile domani identico all’ieri. Per quanto si possa discutere che nessun dì sia uguale a un altro, son sicuro che se vi fosse un lettore ‘n questo momento, uno qualsiasi, saprebbe bene cosa intendo dire, sin dover ricorrere a esplicare tale giuoco letterario. Dispongo d’un’ora e mezza, al momento, per tentare di raccapezzarmi sul mio attuale stato cognitivo e fisico ove mi par d’essere ‘n qualche modo legato da invisibili lacci che, per quanto laschi e mal messi, rallentano ogni mia movenza e attutiscono fin dalle prime ore della mane la mia intraprendenza. Debbo per vero tentare di ascoltare il consiglio di quel manifesto solitario appeso a un muretto di campagna in mezzo al nulla. Debbo anche tornare a ser fedele al mio motto ‘sì tanto accudito durante que’ periodi di fatica emotiva e fisica ch’ho traversato nell’ultimi anni. Chi sa ch’in queste semplici ore d’un meriggio d’impiego non vi siano le risposte ch’in fondo credo sempre d’avere sul palmo della mano prima di serrarlo e stringere per poi scoprire che, in fondo, tra le dita rimane solo un fruscio d’inappagata labirintite. Questo mese, tuttavia, ho compreso ch’in fondo, ogniddì dev’essere un susseguirsi di decisioni e determinazione ove la drasticità e ‘l peso ch’esse hanno sui dì a venire saranno a discrezione della mia interpretazione. Lungi da me, ora, dal sciorinare un ulteriore paragrafo su ennesimi tentativi di ricalibrazione delle mie priorità, de’ mie’ obiettivi e su qualsivoglia altro argomento con cui già ho tediato questi fogli mille altre volte. Vengo a realizzare, di fatto, che l’epifanie ch’ho ostentato fino a questo momento, per quanto illuminanti e provvidenziali, nulla furono che effimeri strattoni verso il centro del sentiero ma nulla più ch’un cartello sulla strada ch’indichi la direzione giusta; non un vento imponente che mi porti avanti di migliaia di passi, non un terremoto ch’avvicini i traguardi sin ch’alzi un dito, non una corona d’allori posatami in capo prima ch’ì esegui un qualché. Non è una stradella fra i boschi che mi compagnerà di fretta verso la discesa nessuna delle metodologie di programmazione della mia agenda, nessuno de’ mie’ momenti di languido ozio detestato, nessuno de’ piccoli, minuscoli impegni che procrastino colla speme si risolvino da sé, nel magico etere for della mia visuale. Giungeranno sin pietà anche que’ giorni che mi son fissato come ultimi e ì son per vero uno di quelli che nulla e niuno han di che biasimare per un qualsiasi fallimento, un’incompletezza, un’imperfezione, un danno, poiché di fatto ‘n questo sentiero vo’ meriggiando meco, tascate di contraddizioni e una carriola al seguito ch’ancor non mi permette d’accelerare come vorrei. Oh, l’immondo che v’è in codesta carriola. Per chiaro, la riempii io ‘sì tanti dì addietro. Tempo di gittarla giù d’una ravina, nevvero?

Scorcio di strada verso Aston, Contea di Aston, 1924


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