10/07/1923 – ore 19:18 – #11 – appunti sparsi
Ada m’ha sempre tentato d’insegnare che lo che v’è dentro la testa va trattato com’un quarto dell’appartamento: v’è da scotere lo spiumino una volta al dì, da rassettare le sedute e le cartacce ‘n giro, da svuotare i cestini e lucidare le superfici come se d’un momento all’altro dovesse entrarvi un plotone di supervisione per mettere un voto allo stato di nettatura. Ed ì tento sempre di tenere a mente tale consiglio sin altri fini se non lo di augurarmi un po’ di chete laddove l’urla paiono sortirmi dall’occhi e dal guardo e finire in viso alle persone con cui colloquio ogniddì. Eppure, dolce Ada, come fare? Come attuare tale metodo quando per ogni cartaccia che volto, afferro e getto in un sacco destinato alla discarica, due nuove s’offrono di volteggiare pe’ la stanzetta che tengo fra le tempie, quasi come s’un soffio di vento attenda solo ch’ì mi mova ‘n tal quarto? Ed ì mi ci ostino, ‘sì tanti dì ché pur ella mi vide arruffato in fra le mie cose colla speme di mostrarle quattro mura linde e ordinate, scrutate dal di qua de’ mie’ occhi; e mi ci ostinerò ancora e ancora, per chiaro, ch’ella in fondo, dal suo rurale venir su ‘sì egregia, al modo opposto della dottoressa Nauer, m’espone li stessi discorsi. Mi fido e vi tento, ‘sì tante volte ancora fino quando un nulla d’un nonnulla basta pe’ soverchiare l’apparente stato estetico e zittito del mio monolocale cerebrale. V’è un qualché che non funziona come dovrebbe, quissà? Ebbene, sì è lo che m’han risposto entrambe e positiva è perfino la mia di risposta quando piegato colla fronte al vetro della toeletta piglio l’ultimo boccone d’aria disponibile per arrestare le lagrime. V’è un qualché che non si move come nell’altri ma, a differenza di lo che posso pensar io, esse mi ribadiscono ch’è cosa buona. Che possiedo la creatura più rara e preziosa dell’intero globo ma, ad ora, è imbizzarrita, confinata nel mio teschio. E debbo solo addomesticarla. Un dì alla volta. Uno solo alla volta. Sin premure. Santo cielo quanto ringhia, però.
Nota dell’autore: L’entrate del libello denominate, di seguito alla numerazione, come “appunti sparsi”, si riferiscono a riscritture – inserite molti mesi dopo la loro creazione nell’ordine cronologico adeguato del plico di fogli che chiamo agenda – di divagazioni, considerazioni, pensieri e riflessioni gettate su carta durante periodi in cui l’utilizzo dell’agenda non era fondamentale; tali appunti sparsi vivevano su brandelli di tabulati da buttare via, tovaglioli a grana spessa di locande della regione, paginette esuli di libri ch’ormai non possiedo più, e qualsiasi altro sostituto adatto alla narrazione cotidiana de’ mie’ garbugli, dei nulla e dei tutto.

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