Il Diario delle Vanvere Terapeutiche #6

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05/07/1923 – ore 11:02 – #6 – appunti sparsi

Sperduto pe’ le calli di Bolinthos, in stabilimenti che mai ebbi modo nemmeno di scorgere ne’ mie’ poche migrazioni ‘n tali zone del centrocittà. La calura estiva morde sin pietà e di tant’in quando, ‘n codesti momenti ‘sì apparentemente sin fine mi dimando s’ì ho quissà errato un po’ più de lo ch’avrei dovuto.

Ore 13:59 – appunti sparsi

Vi sono parecchie quistioni lassate pendenti che dovrei per vero frontare ma v’è un coro d’echi cucciato ‘n un fugiglio del mio cranio che mormora sempre più forte e mi lasso incantare da tali nenie sin senso. Mi par di movermi didentro d’un altro tizio ‘n dì come questo, capace d’interagire coll’altro dinnanzi, coll’avventore di turno, solo per frasi che paion tratte d’un libercolo di teatro e ch’ho memorizzato sin per vero comprenderne ‘l significato, l’effetto o la cagione. Quante le volte che m’addobbo d’un patetico risolino posticcio che, a pensarci, quissà è palese per natura bugiarda perfino all’occhi di chi mi si para davanti. Sarà questa una delle fonti del mio isolamento, del mio sentirmi quasi com’un pomo ‘n un campo di verze?

Ore 21:13 – appunti sparsi

Debbo chiedere ad Ada se compera dell’altre chiare pe’ la dispensa. Questo foglietto non so donde ne sia sortito ma vi son scarabocchiate alcune quistioni che probabilmente farei meglio a rammentare.

Ore 23:07 – appunti sparsi

Ier cadea ‘n dì fitto di lame pe’l core, un dì ch’ho tentato d’ignorare fin ch’ho potuto. E son qui, ora a maledirmi per non essere ancora crollato sin coscienza nel più profondo dei sonni possibili. Rammento ‘l buio confortevole d’un piccolo parco cittadino, d’in per alcune vie di Bolinthos che mai ho frequentato prima. V’era un piccolo curvare della cintura di cancellate che sfociava verso ‘n viale alberato, separato dalla strada principale da una serie parallela di rialzini in pietra, poco più alti d’un libro ritto ‘n piedi. Vi si arriva sin fatica, sopra di tutto venendone da casa di Valerie che, in linea d’aria, credo disti poco più di cinque minuti in carrozza. Lì son sparuti i viandanti e l’occhi estranei, vuolsi pe’l periodo torrido che costringe la maggior parte della città a evadere verso luoghi ventilati, vuolsi per l’ombrello di fronde che ne accentua la privatezza. Solevamo chiudere ‘l mondo intero fuor de’ nostri segreti fugigli, di poco, d’ogni modo, interessati all’eventuali passanti che, tuttavia, non si curavano di quel paio d’ombre mimetizzate nelle prime pennellate nere della notte. Par ch’arrivi ancora alle recchie, soffice come ‘l guanciale appena comperato vestito d’un tessuto orientale, secco come lo sbuffo casuale d’aria bollente che di tant’in tanto facea danzare alcune sue ciocche ‘n riva al fiume, quel vocino pensato e sin vergogna che mi si dichiarava in fine, culmine d’un discorso ch’aveo incipito mesi addietro e del quale non sapevo più come soffocare la sete. Anni, oramai, ch’ancor echeggia, tremolante e scolorito dai tumulti del vivere; anni. Eppur ‘sì tant’ancora fremono tutti l’organi al solo rievocare ‘n inchiostro que’ celeri secondi d’idillio imperturbato. Diamine. Bramo di lagrimare a codesta maniera pur l’anni che verranno.

Crimson Park, Bolinthos, Contea di Bolinthos, 1923


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