02/07/1923 – ore 11:15 – #3
Stamane mi son trovato a sprecare qualche minuto di troppo su alcune cartacce dimenticate tra un cassetto ell’altro del mio quarto; in esse, oltre le divinabili inutilità ch’ormai si fan sempre più sparute datasi la mia ossessione all’essenzialismo materiale, ho ricuperato alcuni manoscritti che non ho mai spedito, quissà per timore delle risposte. Debbo assicurarmi di conservare solo lo ch’in fondo, nel bene o nel male, sia informativo e possibilmente utile – a me o a un potenziale futuro scopritore. Nel cranio mi danza la brama di collezionare ‘l tutto com’ho iniziato a fare con queste paginette di diario qualche giorno addietro sebbene non so bene se la costanza mi possa compagnare come vorrei ‘n questi dì di decisioni ‘sì importanti ma tralasciabili. Non so, mi par di svanverare ‘n questo momento, quando so che dovrei gittarmi su questi fogli con la mira di spulciar ogni fugiglio del mio ego e delle ripercussioni ch’ogni mia scelta cotidiana sta apportando alla mia persona. Son giorni importanti per il tizio che mi fissa dallo specchio, ora che l’avvenimenti dell’ultimi mesi m’han trascinato quasi controvoglia a tenere seminari, conferenziare di letteratura e intrattenimento dinnanzi a cotante persone di molto lontane da lo ch’è il mio effettivo stato sociale. Sono stato accolto com’un figlio da St. Versus, questo piccolo paesino montano ch’ha più cagnetti randagi ch’abitanti ma ch’abbraccia l’avventore come solo poche taverne famigliari ancor son in grado di fare con gli usuali. In tali circostanze, ella non v’è. O meglio, v’è un riverbero sfocato ch’affiora sussurrando prima della pinta di chiara che fa traboccare il senno quel tanto che serve e che basta per apprezzare la carovana d’ilarità e orgoglio che si dimena fra la caciara e le amenità di quello ch’è in effetti un divagare annoiato d’un paesino d’agricoltori e pendolari. Sarà ch’anche la presenza di Lily e Florence fa da panacea ai miei recenti tentativi d’evasione da un carcere d’incomprensioni antitetiche a lo ch’in fondo didentro sento ardere come mai prima. Pare, di tant’in quando, che solo l’abbandonarmi alle mie futili storielle rimate possa attenuare il ciarlare del cumulo di detriti di quella ch’oramai permane come l’unica causa del mio divenire adulto; d’altronde, grande mi feci anni addietro, dì dopo dì, con una schiera di ferite e lividi ch’ormai sfoggio sin pudore. Ne mancava una, secca e profonda, fra un ventricolo e l’altro, per schiaffeggiarmi for d’una giovinezza ch’ormai resta solo dal di fuori. E vedremo per quanto.

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