Questing for Bonnie #9

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Le giornate lavorative non sono tutte uguali, o almeno, non le mie. Alterno giorni di intenso fare a giornate di ordinaria amministrazione, lisce come l’olio e piatte come le acque di un lago in cui neanche i pesci hanno la forza di nuotare. In questo modo non ci si annoia mai. Le giornate tranquille mi servono da ricarica per affrontare quelle più impegnative e mi permettono di allargare le mie vedute e di pensare a nuove idee da sviluppare. So che non si direbbe per un essere umano che ha problemi ad indossare persino due banali calzini uguali, ma forse sarà anche la mia imbranata sbadataggine a contribuire alla mia abilità lavorativa. Tutto questo per dire, insomma, che riuscivo a far fare le più svariate figuracce al signor Mergel, a volte, ma ero talmente abile che sapeva benissimo di non poter fare a meno di me. Riuscivo persino a confonderlo con discorsi complicatissimi tanto chiari nella mia testa quanto insensati nelle mie parole. Perdeva il filo alla quarta frase (io alla quinta), ma non poteva che dirmi “Ok, ok… Non ho capito molto, ma proverò a fidarmi. Puoi metterti al lavoro.”

Che soddisfazione! Soprattutto quando, dopo giorni interminabili di lavoro (e di calzini sbagliati e tante altre clamorose cadute di stile nel mio outfit quotidiano) riuscivo a presentargli un progetto a dir poco perfetto, al punto da dubitare che fosse tutta opera mia.

Mergel sapeva non fermarsi alle apparenze, e aveva capito che in quel mio aspetto da foglia d’autunno in balìa del vento c’era altro. Molto altro.

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