Salgo in sella alla mia bicicletta , saluto Foggy e lo osservo un’ultima volta rivolgermi uno sguardo di rimprovero per l’ennesimo ritardo, e finalmente inizio a pedalare furiosamente nel vialetto sterrato di casa mia, fino a raggiungere il parco che devo attraversare per arrivare in ufficio. Qualche minuto e scendo in corsa dal sellino, mi precipito all’ingresso e salgo le scale, due gradini per volta, per fare prima (ma non meno fatica). Sapevo già che ad attendermi avrei trovato il mio capo sulla porta e con lui il suo trepidante e impaziente camminare in su e in giù chiedendosi dove diavolo fossi.

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