30/06/1923 – ore 21:42 – #1
S’ha di che ricominciare, nevvero? Chi sa quant’altre volte addietro, ché sincero non mi son mai messo a contarle, mi son ritrovato ‘n questo bilico ‘sì fisiologico e prevedibile. S’ha di che contrattare coll’ombre del mio crescer dissimile e costringerle a prendersi cura del guscio ch’or mi permette di star qui, a porre in simboli e frasi lo che di dentro pare non voler tacere. Se solo rammento a forza ‘l mio stare del novembre scorso, poscia il primo vero scindermi de’ tentacoli lussuriosi, poscia la fuga carponi d’un pantano d’insoddisfazione carrieristica. Ebbene, lì bramo tornare coll’inizio di codesta cronistoria. Debbo sentirmi cresciuto poiché diamine, sin fronzoli, lo sono. E chi sa che ‘n inizi coll’esser di modo sincero meco, una volta per tutte, a discapito di lo che mi son blaterato addosso per ‘sì tante lune. Stamane ho travagliato in maniera soddisfacente e quando ‘l dì va concludendosi col dito che scorre al passo coll’obbligazioni previste, ebbene, ‘sì m’allieto. Ben conscio ch’ogniddì poi mi ritrovo a promettermi, quan s’accasa ‘l sole, che ‘l dimani sarà d’un poco di più d’oi. E finora, di contro, scappavo. Ora s’ha di che interrompere questo inutile e maligno ciclo di menzogne. Oi ho preso in mano questo foglietto errante, coll’aloni oleosi ancor sui bordi per chi sa quale motivo, e v’ho posto un numero. Poiché oi va cangiando ‘l conto de’ giorni pe’ l’esistenza d’Arthur. S’ha di che smettere, per vero, di lagrimarsi in grembo sin lottare, s’ha di che cessare di biasimare ‘l tutto di torno eccetto me, poiché ogni singolo avvenimento, col senno di poi che più senno mai fu, tutto è dipeso d’ogni mia reazione o reazione mancata, d’ogni mia decisione o decisione non presa, d’ogni mio errore o errore non fatto. Le mire espansionistiche che mi son visto porre sulla mia persona si son sempre palesate boriosamente com’una maschera da mostrar all’occhi di chi fu così incauto dal rivolgermi la parola ed ì che di dietro sciorinavo di se e di ma sin nulla, per vero, di concreto di che mostrare fuor ch’un involucro imbellettato per di fuori ma che di dentro echeggia di nulla, speme e desei. Ah, se solo fossimo lo che diciamo d’essere. E no, no, ben lo so, mio caro rivolo astratto di pensieri indomabili che già travolge ogni mio stimolo intraprendente. Ben lo so che nulla di tutto questo riporterà fra queste mura il delicato viso di Valerie poiché se v’è un “mai più” nel mondo, ebbene, è lo ch’ho creato questa volta, lo ch’abbiamo lasciato crescesse e s’accaparrasse sogni e vite mai vissute. Eppure lo so. ‘Sì sana e nutriente è la consapevolezza dell’inesorabile accettazione ch’or mi par d’aver aperto l’occhi davvero. So ov’ho messo falso ‘l piede, so che cosa debbo studiare pe’ non ripeter li stessi gesti fallaci; ché sì per vero porre una cifra dinnanzi al mio vagare e divagare cotidiano par quasi paradossale, viaggiando numerando i dì che mi separano delle realizzazioni riguardo ella, più solide che mai, ma cotanta sfacciataggine sta quasi a monumento del mio ultimo passo ‘n la direzione che quissà tant’anni addietro avrei dovuto prendere. Poiché solo adesso, solo il giorno primo di tanti avanti ‘n cui converserò meco, comprendo lo che con ‘sì poca fatica ho gettato alle ortiche voltando lo sguardo, ì stupido fanciullo egoista. ‘Sì incipisce oi un signor novo e mai ‘sì solo, ‘sì andrà avanti un signor sempre più novo e mai, di contro, mai ‘sì stretto ad ella; ché nel groviglio velenoso dell’imparare nelle maniere errate, debbo lo che sono all’errori miei, all’errori nostri, alle lame ch’ancor ho di che levar della schiena. ‘Sì che oi vo’ respirando con nuovi polmoni, incapace di cadere nelli stessi burroni poiché lunghi e stabili si mostrano oramai i ponti ch’ho costruito colle lagrime, sin rendermi nemmeno conto. ‘Sì andrò pe’i giorni sin l’unica anima che quissà ho per vero incatenato eternamente alla mia. E se leggi, un dì lontano, se ascolti un respiro della sera mormorarti tutto ciò alle recchie prima di serrare l’occhi, come mai prima e come mai null’altro debbo prostrarmi all’immensità epifanica che m’hai donato. Quissà un dì oltre ‘l mondo e la vita avrò modo di mostrarmi grato. Perdona le vanvere, piccolo foglietto ora pasticciato.


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