Il Diario delle Vanvere Terapeutiche #283

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07/04/1924 – Ore 20:14 – #283

Oggidì è stato estenuante e non n’irò discorrendo ‘n quest’entrata poiché creo sia opportuno dar voce, o perlomeno inchiostro, ad alcune delle rimuginazioni ch’ho avuto modo d’ospitare e sulle quali ho crogiolato molte ore di recente. Appongo a modo di prefazione la mia attuale condizione poiché spesso, quissà, tendo a non esplicitarlo in maniera ‘sì sincera ‘n tali pagine, vuolsi per negligenza, vuolsi per non trovarmi a frontare ‘l flusso di pensiero che ne scaturirebbe sin dubbio. Di fatto, al momento, lo che tra pe’ le recchie galoppa irrequieto dì per dì è molto astratto, esacerbato dall’ultime sfortune finanziarie, dell’eletta e non rammaricabile solitudine, delli strascichi perenni seppur sbiaditi dell’insofferenti memorie che fan sì ch’ì affibbi un numero ad ogni dì, dell’irrequietezza da tale momento d’incertezza sul mio futuro carrieristico fitto di quesiti e casi niuna risposta. E mi trovo dimandandomi s’ì poigiungerò per vero a qualcosa che possa in fine etichettarmi come tale e come tale pittarmi apice d’esso in un qualché o se, di contro, cada impresa ‘n cui mi gitto con più speme ch’intrapredenza non sia solamente l’ennesimo alone ch’indosso al pari d’ogni volto che par scorrermi a fianco su e giù pe’ le calli d’ogni paese. Qual pote ser la cagione di ‘sì tant’insoddisfazione ‘n ogni singolo ambito del mio cotidiano e ‘n ogni sfera di senso ed emozione per cui mi trovo a ricalibrare le mie mire con cadenza settimanale, scotermi colle spalle al muro tentando di giunger a una qualche epifania che sin sforzo alcuno mi delinii ‘n maniera irreversibile ‘l percorso ch’ho da camminare, limitandone i sudori e le delusioni? Che sian di fatto novamente le muffe lassate a proliferare del mio trascorso dell’anni andati? O che sia, per vero, solo la bisogna di dovermi porre a esorcizzare quest’inquieto vivere ‘n qualche maniera che paio non seguire longo lo scorrere dei dì? Cada volta che par scoccare un qualché d’epifanico d’in tra le mie ragionazioni, vengo investito da quest’ormai familiari abissi di pece e fango ch’in ogniddove paion piccicarsi e trascinarmi a mani legate verso una banalità d’ozio, inerzia e speme. Ah, la speme, quanto son finito per detestarla oramai. Che d’un istante l’altro, per un qualsivoglia intervento aleatorio vengano esauditi i miei vaghi più reconditi, lo ch’ancora nemmeno vo’ scrivendo nel diario più intimo e sincero ch’abbia mai avuto. Che sto facendo di tutto questo, con tutto questo? Oi che d’un lato non ne vengono risultati concreti e mi vedo a biasimare la mia carenza d’impegno quando nemmeno vo’ considerando l’altri fattori variabili che possono esservi intrinsechi. Oi, in vece, che d’altra parte mi veo le mani vuote e affamate sebbene fra esse le dita stringano ‘sì tante mostre di traguardi infranti. E che bramo essere, per vero, allora? Un palo qualunque d’una staccionata qualunque, a metà d’un sentiero ‘dì lungo che quissà non termina in una sola esistenza. E m’azzitto, m’arresto la mano ì perifno ch’or mi pare di finire nelli stessi vortici piccicosi che ‘sì tanto han compagnato le mie vicissitudini ‘n questi lunghi eppur brevissimi anni. M’arresto poiché so ch’or lo che discorre non è l’Arthur che migra d’una regione l’altra alla ricerca d’un nuovo traguardo da sorpassare zampettando gaio. No, è il fanciullo che di dentro ancor resiste aggrappato alli speroni d’insicurezze e ignoranza e teme ‘l cielo, teme l’altro, teme ‘l diverso, teme i grandi; s’accuccia nel fugiglio ‘n penombra al silenzio delle solitanze ‘sì domestiche e innocue e mi strattona colla manina pe’ l’orlo della marsina. Ch’abbia di che dargli voce, ‘n un recinto di conforto e indifferenza, quissà. Quissà afferrarlo in vece pe’ le braccine e vicinarlo al viso ch’ormai par denigrare e ripudiare, narrargli del mondo, anzi no, lassarmi narrare di lo ch’è in fatti ‘l suo rifugio dall’esistere, un rifugio di finta comodità, un pozzo d’ignavo convincersi che lì, tra quelle piccole mura, tra quelle pareti d’ossa e pelle, solo lì non si soffre, solo nel silenzio eremita d’un’infanzia perenne, scevra dai traguardi ch’ormai paion solo maledizioni, scevra dall’aspettative, dalle responsabilità, dalle delusioni, dalle fatiche. Ma lì ìl dolore non è assente; lì ‘l dolore è sopito, in attesa, gargantuesco, affamato. ‘Sì debbo afferrarlo, quel fanciullo, strapparlo fra i pianti e gittarlo nel tritacarne ch’è ‘l mondo d’in fuori, lo ‘n cui un fugiglio sicuro non v’è poiché in quest’uragani di ferite e insensatezza deve sciogliersi via e ritornarvici cresciuto. Non v’è un presto o un tardi per crescere ma v’è un giorno. Da quel giorno non si torna più indietro.



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