Ai confini di contraddizioni sin prima o adesso,
Ov’il mormorìo_or incauto si cessa tra i vichi,
Quel trangugiar silenzi che nomean progresso
Ivi claudica sfumando in vapor sopiti e ciechi
In le rughe che l’anni li donaron spietati
D’un stazioncino di convogli, sol fischi e latta,
Ch’ammira ‘l viver dell’altri scioar mischiati
Coll’ieri di nulla, ‘l dimani di meno. Ma fretta.
L’alberi cauti al vento parean di favella
D’oltre più delli passi ch’ombreggiavano
E ‘l foco ‘n cielo che fiero s’isconde e svalla
Carezzava fin l’angoli d’ogni talamo
Ed ogni bottega ch’erta ancora chi sa come
Che s’era grappata al tempo ‘n fuga
E tra d’esse le serrande smunte e prone
D’un oriolaio che tra l’edifizi affoga.
L’insigna Wolfers trasudava saggezza
Fin ora che ‘l figlio Gullielmo, l’unico,
Badava allo fare, elli che noia sprezza
Com’il padre fece, ‘n fatica ‘l giubilo
E ‘l posto venne ‘n sé tempio e curiosità
Nell’echi sordanti di ticchettar schivi
Ov’avventori favellan col fu e col sarà
O sperperan l’ori ‘n altr’ori più fini.
Le lingue pudiche e ballanti de’ ceri accessi
Discorrean col ronzar delli neoni lontani
Pittando rare ombrine sui tubi rugginosi
Ch’eran serpi sui muri di braccia sin mani;
L’aere di torno s’avea che toccarla
E stava pregnata del viscio dell’olio
Ora_atavico, or modesto, ‘n una ciarla
Sin favella col nidor di caffé e petrolio
E ‘n tale, ‘l circondario d’intero parea vivo
E intento a posar d’omertoso meditante
Poggiato contro l’ultimo tronco d’olivo
Ch’anch’esso scorrea com’uomo a sè stante.
Insipida e grigiastra tal nicchia d’la contea
Ove Gullielmo tesseva ‘l cotidian faccendare
Colla coreografica automazione che parea
Farne casi d’elli prestigiatore orientale;
Chiudeva in la cheta notte stellata
Del guardo burrasche, disastri, malanni
E al laccio sapeva compagnar muta
Una vita che ’n diresti di ‘sì pochi anni
D’una parte di portanza dìcesi_imperiosa,
Di tratto impenetrabile, talvolta surreale,
Non dissimile delle statue greche ‘n posa
Or mossa d’ardore o incantesimo astrale.
Di sul cucuzzolo scomponeva una chioma
Ch’or parea, pur nel bonar, seguir il vento
Casi ala di corvo, elegante e sorniona
In lo sobrio disordine ch’oleava lento
Fin de’ mustacchi longhi, negri e curati
Tal sul mento e su pe’ le recchie finanche
E fitte ‘n essi passeàva li diti cesellati
Di man signate ‘n fretta, rubiconde e gianche.
L’abito lui poggiato di fino estroso
Contavan lo che tanti avean scordato
Sbuffandolo dell’orlo preciso
‘Si blando in colore ma per re tessuto.
Gullielmo pur silente vivea da strillone
Pe’l botteghino curato del padre,
Fin più d’ogni voce o cartellone
Che ‘n Lylcoin battea le strade.
Ed elli, il padre Gualtiero, di grezza nobiltà
Sudò di lena fin troppe giovinezze
Nel carpir danari e finar l’agognate abilità
Che poser le prime mura grezze
Pe’ corniciar un cantuccio di fuori
Della gazzarra didentro del paese,
Pomatandone l’uscio, pittandone d’ori
I bordi del desco giù de’ drappe distese.
Qui, dalli primi stenti dell’impiego,
Elli giostrava l’avventori entusiasti
D’in tra le mani robuste, ed ei, pago,
Dilettava ‘n longhe lezioni ed esempi
Il curioso Gullielmo ch’in ir de’ giorni
Mirava tornar di tutto cada pezzo,
Conoscea le musiche, stridi e storni
D’ogni meccanica, finitura e vezzo
Sfiorando l’ondeggio e fin mesto
Passar de’ secondi, dell’ere per giunta
Che de’ fugigli ‘n tin sporchi di gesso
Sgrillavan pe’ la tavola unta.
Gualtiero si spense un dì d’un fiato
Ch’il figlio venìa, per vero, di poco fatto
Ma coll’artigli per ben filzi nel fato
Ch’il babbo l’avea intinto ‘sì ratto;
Il giovine parea di core e animi avidi,
Sol cosa col maestro di poco partito,
Che l’echi di voci o moversi pe’ i tavoli
Facean pensar s’ei fosse invero ‘n ito.
L’anni si fecero, for come tanti e tanti
Ma ‘n tal santuario scorrean di molto,
Balzando de’ mole, vitine e quadranti,
Metronomi a tempo d’un cangiar colto
E ‘n tale caciara singulta ritmata
Sguaiava silente de’ sue brune greppe
L’oriolaio avvenente di sete inpagata,
La sete di altro, qualché, che ne seppe;
Tal venìa placata talvolta de la fina
Tradizione artigiana ‘l cui_amore, per vero,
Parea ricambiato pur s’a volte, supina,
Cedea alla foschia d’un cangiante pensiero.
Sacro restava ‘l tocco ‘n cada commessa
E ‘n ogni cogito assorto riflesso distorto
In tra i vetri finiti ov’i ceri rimestan
Lo ch’il guardo ve’ sin essersi accorto:
Quelle pareidolìe orizzontate tra’l fumo
E ‘l cantilenar sincopato del ferro
Che li poetavan di tutti, alcun e nessuno
A mo’ di musa, talvolta, a mo’ di sgherro.
‘Sì ch’una mano s’arrovellava devota
Pe’l disciplinio ch’in le vene sgaloppava,
D’eco brandelli del rocar d’la voce remota
De l’unico strascico famiglio ch’amava
Ell’altra prendea or martello, or bastone,
E zolle scomposte d’umido terreno
Col blatero dell’aere e ‘l nidor del cartone
Del sidro dolciastro che memorava appena.
Ticchettava non dissimile, cada mane,
‘Sì che nulla ‘n tal ruota ben oliata
Potea trar un qualché distinto, inane,
Ed era vita, in fine, o morte insperata?
Di modo, ‘n dimani dissimile vi giunse ‘nfina
Quan la mane di sole gelato svallò ‘sì uguale
A tant’altre_e ‘n sior canuto dresso ‘n marsina
Lassò cader sul banco un panno a ver regale
Di fino cucito, cremisi co’ maioliche ‘n centro,
Che Gullielmo disvolse coll’attenta cura
Ch’esso dimandava, scoprendone didentro
Un oriolino di tasca che parea di divina fattura:
Le braccine arzigogolate lo scrutavan ferme
Didietro d’un quadro lucido, muto e istrione,
E coll’aurore riflesse ‘n li stessi lo tenne
Dinnanzi dell’occhi scuriti pe’ curio e quistione
Come qual mossa d’un alma, metallo ‘n carne
Minuta e cortese la lama lucente sforzava
Di poco di lato, scoprendo le viscere ferree
Or parvendo bocca al soffitto dipanata.
Dì ancora ed altri in la stasi scandita dell’altre
Braccette spigliate che ‘l memoravan dell’ire,
L’oriolaio col naso per sano v’entrava nel ventre
Del chincaglio sublime che ‘n ricangiava le spire
E stillava a goccette della fronte e de’ labbri
Gemmette d’impazienza e cheto sconforto,
L’unghie d’una ghiera l’altra, in fra i becchi
E un girar mansueto, poi meno, poi_iracondo
Fino che tanto ‘sì parea venir malattia
O l’ossessione ch’ì casi didentro mordeva
Ma ch’iva carpendone sonno e, sì, monotonia,
Ch’or capiva, e no, no or il coso fermo vinceva.
Vorticava ‘n un pioggiar d’echi e meriggi,
Taluni pristini e corniciati, altri bui e ‘nfami
Ma ch’ei fondeva di poco ‘n poco ne’ telaggi
In fra le retoriche implicite dei suo’ gesti vani
E s’addossavan le schicchere_all’orgoglio
In la tenzone viscerale fra ‘l sicuro scontato
Di solitanze ritrite, com’il bianco d’un foglio,
E la fame d’un disagio ‘sì perfetto e dannato.
Pezzo di ferro dall’anni non detti, ch’or pari
Compagno inatteso de’ viaggi ch’ei solo
Fe’ ‘n testa, que’ monti distanti, que’ oscuri
Labirinti, que’ tempestato fradicio molo
Ov’il suo ego or siede, s’alza, or muto, or cieco,
Gullielmo s’appaga or coll’alma capita
Ch’il tempo di torno par moversi seco
Ma ‘l moversi in fra ‘l tempo è_ov’è vita.

L’Oriolaio
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