07/03/1924 – Ore 08:09 – #252
S’aggrappa a un fragile spuntone di poco sporgente del ciglio la mia presa, sempre di poco più debole, ove tra ‘l gianco della pelle cangiata pe’ lo sforzo e il ruvido corpo del salvagente di terra friabile, sento sfogliarsi lentamente uno ad uno i granelli che lo tengon piccicato alla gargantuesca parete scoscesa che veste quiete in sulla testa e ‘l nulla d’un oblio di spirali giù per i piedi. Che mi tiene appeso ‘sì faticato, ballonzolante d’un precipizio col mento al cielo in cerca d’un bagliore di lo che vive d’oltre ‘l bordo? Sarebbe ‘sì lieve, celere, facile, lassarsi cadere di schiena, sentir venti carezzar rapidi i fianchi abbandonati e sentir novamente ‘l sangue scorrere fra le dita stanche, formicolandone una nuova esistenza, pe’ qualche secondo prima che sia tutto come prima, prima che s’invischi il senno ‘n un eterno giuoco di biasimi, perdizione, abissi antitetici, aspirazioni, speme ed ogni altro sinonimo dell’immobilità, dello ser bestia, del vuoto. ‘Sì comodo questo vacuo viver didentro, ch’avvolge le membra ‘n un soffocato zittire l’intenzioni, ‘n un perpetuo svotare i bicchieri, ‘n un costante ronzio ovattato che mastica poco a poco ogni muro creato con ‘sì tanto sudore. Ombre snelle e fluide, dappertutto. Ombre colle mie rimembranze, inchiostrate alla benemmeglio, ch’appaion della visuale periferica, compagnano i gesti e ne cangiano il fine, ombre a milliaia ov’ognuna fa lo che feci, una per ogni volta ch’ho lassato la presa da quel dannato spuntone a un passo dal bordo. ‘Sì non movo più ‘l corpo, non rispondo più alle quistioni che sorgon esperendo lo che occorre in queste calli di frustrante monotonia; poiché l’ombre s’accollano e premono e parlano e schiacciano e stringono e ì che frullo e scalcio e nulla accade e rallento e urlo e urlo sin voce e annega in quest’inchiostro denso come fango anche l’ultima, l’ultima unica piccola briciola di lo che sono. La mano che sola s’approccia a lo che resta d’lo spuntone sulla parete, tremolando com’una linguetta di foco d’una candela. Artiglia salda e scioa ‘l sangue delle dita, sbianca e chiede di me. Di me che sto a ‘n metro d’essa, tossendo scampoli d’inchiostro e pece. Appeso, ancora, coll’occhi chiusi a scorrer miliardi di pagine pe’ le poche frasi ch’han modo di tenermi appeso, ancora. Ma vivo non ancora. Sveglio non ancora. È un riverbero onirico lucido che si mette a foco, lento, scandito d’ogni respiro che decido di prendere. Buio dovunque. Poiché solo nel buio s’ha da trovar la luce.
Ore 10:22
Ma restan lì, trepidanti a scalpitare didietro del cumulo di pensieri che costringo dinnanzi. Restan lì a graffiare ogni convinzione, a martellare alla base d’ogni colonna che sorregge il precario soffitto del senno. E scricchiola tutto d’intorno, si movon pe’ l’arti e giù fin le ginocchia ch’or vorrei solo poggiar al suolo lassando esplodere quel grido che con tanta fatica soppressi dì per dì. Restan lì dietro l’occhi vacui che seguon le strade, i passeggi delle genti ignare, ignave, ignoranti. Restan lì dietro ‘l ghigno deforme della cortesia d’obbligo, dietro l’iperbolico sarcasmo autodeprecante, dietro una maschera di letame a finger lezzi di viole. Restan lì, ‘n attesa dell’ultima goccetta di disciplina rimastami pe’ tenerle ‘n scacco, ridendo e deridendo. Ed esse son io e viceversa e ‘sì ancora. Pregne di brame, scomposte tra i fumi della mediocrità, sguazzanti fra pozzette etiliche. Restan lì ogni dannato giorno. E pochi, per vero, davvero pochi san che vol dire continuare a camminare sapendosi già morti.
Ore 14;21
Come credo s’evinca de l’unici brandelli di ciò che son riuscito di scriver stamane, oggi paio non funzionare. La dottoressa Nauer saprà che far di me.

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