19/02/1924 – Ore 06:20 – #235
Sarà ‘l contar dei giorni ch’antesigno alla scrittura delle cotidiane vicissitudini a non cavar i nodi di codesta matassa d’inconsce manifestazioni, quissà pur le chincaglierie sparute ch’ancor preservo ‘n balia solo della polvere e d’un appagamento che mai giunge e ch’anzi quissà esacerba di fatto lo ch’in tutti modi tento d’elidere del mio dentro. Ma tento per vero? Poiché nulla ebbi di cambio da ‘sì tanti dì contati che sazi appena la speme, che ne soffi un po’ d’aria sotto le braci, nulla che mi s’affiori al mio vagar col capo voltato alla folla di voci ch’ancor urla ipotetiche, possibilità, cangiamenti, rimorsi e non lassa la presa. Non lassa mai la presa. ‘Sì m’appar nel sonno, ‘sì come ne ho memoria e tal ormai non sicuro sia fedele al vero, ‘sì sdruccia via d’ogni lirica scomposta e forzata o splendida oppur desueta e rozza, ‘sì nell’echi e l’olezzi ‘ncor va vibrando ‘sì come ne’ passi già percorsi e pur nel nulla, ebbene pur nel niente d’una manciata d’istanti ‘n cui la bonaccia dell’urgenze e dell’impieghi atuttisce tutto, lì v’è un sol puntino di vinaccia speziata, tant’agro quanto piacevole ad ogni senso, una sola chiazzetta sfumata ch’ancor tremola d’la tua voce e dice lo ch’ì mai sentii e ch’imparai dirmi. Sarà ch’il razionalizzare a me ‘sì caro non pote e mai ha potuto o potrà sigillar tale singolarità dentro ‘n cassetto etichettato come tutte l’altre cose. Son in pace, dì per dì, sin precedenti citabili e collo stupore fanciullesco al destarmi novamente cada mane d’una pace fin più soffice. Eppur in pace, completo, finito, solo ‘n que’ lampi onirici di vite che ‘n vivremo.
Ore 11:28
Che sia o debba esser tutto un poco come questa nebbia, questa spessa, bianca, immobile nebbia. Ove le mille strade che s’apron dinnanzi nemmeno si riescon a scorgere, ove corrervi ‘n contro non è null’altro che rischiare di batter contro muri, contro vuoti, contro l’altri. E s’ha da guardar davanti, s’ha da guardar dove si mette il piede, cautamente, uno e l’altro e poi un altro ancora, s’ha da guardar e camminar avanti. Finché si schiara. Finché s’impara di lena a sbuffar via un poco di tal pesante nebbia, passo a passo.
Ore 12:32
Oi è attesa. Come se vi fosse prefissato un colloquio di sorta sull’agenda. Oi è attesa, trepidazione e introspettiva preparazione alla delusione. ‘Sì dev’essere, ‘sì debbo frontarle le mie ‘ncor latenti insicurezze che si sfamano di speme, sogni e l’effimera certezza ch’il palesar di lo ch’anelo possa turare i fori del mio io. Se v’è ‘n disegno di qualche parte, oi sento i solchi di grafite lungo ogni millimetro di pelle, laddove pur l’incoscenza etilica li accentua appena per poi sopirli bieca. Che attendo, tuttavia, or che lo scorrer delle lune non ha fatto altro che accelerar i mie’ passi in una direzione desolata? Attendo, quissà, quello strattone d’improvviso che mi riporti ov’ì partii tanti mesi addietro? Ebbene, sì, par che mi rispondo, ‘n dì qual’è oggi. Un oggi ch’ormai si stacca più come unico che raro, un dì che vo’ belligerando a denti stretti contro l’unico ch’ha di che perder d’un conflitto tale: io. Oi è attesa dell’istante ‘n cui per certo posso escluder che lo ch’attendo già non rivi. Quello, quel momento d’epifanica illuminazione che ‘sì tante volte addietro m’ha confortato e spinto, di contrario, verso l’avanti che già miravo. Eppur è attesa del contrario in egual maniera. Vinto del deseo di lassarmi trascinar addietro e contentare il mio stupido core spartito per il mezzo. Brama d’urlare, adesso, al duro de’ muri che tant’altra grida, un dì silenti ed altri tonanti, han sorbito. Brama di spenger il tutto d’un attimo appena, fame del correr per calli che ‘n mi parean possibli fin l’anno scorso, sete d’un altro passo, quissà l’ultimo, che mi porti oltre, giacché non importa dove, ma oltre. E poi qui. Qui tra le carte che stridono al famelico inchiostro ch’a stento si frena dello scriver ancora di sbagli, di lo che fu, d’odio, incomprensioni e nulla più che le mille forme ch’ha l’amor per l’uomo. Sarà questa la forma ch’han destinatomi: attender lo che non pote giungere, struggendomi non più pe’ l’egoismo ch’ho ostentato ma pe’ la brama di sapere, vedere e giacere nella cheta convinzione ch’or sei paga, ch’or sei felice. Urlamelo, di qualsivoglia natura, se puoi, se sai, se credi, ch’or s’aggiustò ‘l tutto e lieta vai pe’ i giorni. Urlamelo ché ‘l mio unico placo è poterti attender vite ancora nel saper ch’or vivi ed ami per vero.

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