16/02/1924 – Ore 06:48 – #232
Scribacchio dieci minuti ch’ho da correr verso la stazione ferroviaria di Lylcoin a breve, ove m’incontrerò col signor Tinsteel col quale dividerò la mane d’obbligazioni. Non ho di fatto ben chiaro donde incipiremo l’attività ma so per certo che si tratta d’una zona che mai ho frequentato, nè per l’impiego nè tantomeno di modo vacanziero. Da lo ch’ho potuto carpire nell’ultima missiva informativa speditami, abbiamo di che traversare ‘l confino della regione e giungere in Stretchnote. Il mio supervisore m’ha fatto recapitar ieri in tardo meriggio la pila di tabulati compilabili di cui mi servirò oggi e tenterò di tracciar qualche appunto sul mio taccuino da passeggio durante ‘l dì per non obliare nulla di saliente e puntarmi pur le descrizioni de’ paesi ch’iremo passando di modo che possa, riscrivendoli poi su queste pagine, fissarle nella memoria. Che, poi, gran parte de lo che espando ‘n questi paragrafi sparisce di colpo de’ mie’ ricordi, quasi come se questo compendio fosse un vero e propio cassetto ove lassar lo che m’occupa la mente per poi, quissà rileggendo, ricordar le sopite immagini ch’ogni dì sbucan fronte l’occhi e vengon rimesciate tra le recchie. S’ha fatto tardi. Vo’.
Ore 19:40
Anelavo ‘l ritorno su questi fogli, oi, poscia la giornata di fatiche oltre porta col signor Tinsteel. V’è parte di me che vorrìa disperdersi sin pensarci due volte ‘n lunghi vaneggiamenti e considerazioni a caldo del tutto e del niente. E quissà m’occorrà anche ‘l modo migliore per farlo, di qui a qualche dì. Puo’ anch’esser ch’il sol fatto di pormi dinnanzi a lassarmi avviluppare dal silenzio che cornicia ‘l mio scrittoio sia di per sè tanto illuminante e terapeutico come l’atto in sé di scrivere. M’han scorso pe’ la testa ondate epifaniche di pago ch’ormai reputavo se non raro perlomeno saltuario e per quanto sia mio fato e lavoro ‘l travagliar colle parole e colla semantica, mi vedo di poco ciondolante ‘n tal labirinto di ‘sì tanti concetti e risoluzioni. M’accorgo, di più, ch’ì forse non riesco a esternar per completo lo che di tutta fretta mi scorre pe’ i pensieri e si manifesta sol con una quiete serena sul volto e di poco, ‘sì tante volte oramai, m’importa se l’avventore, il conoscente o perfino i pochi individui che tengo stretti di torno posson rivare a comprendere. Sto già divagando. Quissà anche il chino dopo ‘l pasto catalizza questo cianciar meco. Prima tappa del dì è stata Streesh, località che mai ho visto ‘n precedenza, come tutte l’altre che di lì a poco avrei raggiunto, nella contea di Pouv, una delle zone pianeggianti che sbuca dal meridione della regione di Stretchnote e si confonde colla deserta contea di Sanders di Hillfoot. Vo’ ancor considerando che dovrìa porre su carta una mappa di qualche sorta pe’l mio ipotetico lettore. Da Streesh e dalla breve attività ch’abbiam otteperato in loco ci siam diretti verso Coastle, secondo paese dalle poche caratteristiche degne d’esser menzionate, al quale abbiam riservato una breve visita presso la fabbrica del posto e poco altro se non qualche critica smorfiata alle sue assenze totali di punti d’interesse, quistione corroborata con tristo assenso pur dal cocchiere della nostra carrozza. Da Coastle, un’altra carrozza malconcia ci ha trasportato presso l’enorme fabbrica di Belmont. Questa s’erge come dal nulla del respiro cheto de’ campi arati di torno e siede com’un faro chiassoso in altresì morente panorama. Scherzammo, ì e ‘l signor Tinsteel, su come con molta probabilità v’eran più addetti, meccanici e impiegati di dentro la fabbrica che nell’intero paese che l’ospitava. Rimango certo che non siam andati molto lontano dal vero ‘n tal affermazione. Poscia le usuali e piuttosto ripetitive obbligazioni del caso, ci siam concessi una tappa alla locanda che condivideva l’ingresso colla fabbrica. La chiara esotica che mi son permesso di consigliare come vivanda è stata un’ottima scelta, tanto ch’ì mi debbo promettere di perusar l’empori e le botteghe della mia contea ‘n cerca di qualche prodotto esportato in zona dalli stessi produttori. Pesantiti del desino delizioso a base di pescato, abbiam dedicato qualche mezzora ai paesi dei dintorni e le loro rispettive fabbriche di periferia, quali la Letterlong di Frayhorse, la Crosspath di Pynts e la Crosspath di Saint Nicholas Upon Guill. Mi rendo conto dell’assurdità dell’ultima denominazione tanto ch’ebbi che riguardare varie volte il cartello che la presentava, alle porte del paese, pe’ discernerne ogni parola e memorizzarla per porla ‘n questi paragrafi. L’ennesimo cocchiere silente e scorbutico del giorno ci ha condotto, poi, fino a Powles, che sta di mezzo tra Sanders e Bolinthos, ove il signor Tinsteel avea di che sfaccendare celermente. L’ho atteso mezzo sopito tra la spossatezza e il pago dell’ottima retribuzione giornaliera, poggiato un palo di frassino macilento che prorompeva d’un lato della fabbrica ove elli avea di che fare. Ne profittai pur per una pipa di tabacco resistendo appena al sonno. Tuttavia, la compagnia del signor Tinsteel è sempre preziosa fonte d’ispirazione e mi rendo ben conto de’ miei tentativi costanti di dimandar specificità riguardo i nostri impieghi e clienti di modo che possa finar le mie conoscenze e inviste di molto oltre lo che porrìa ser la solitanza d’in tra le file de’ suoi impiegati, una media ch’ormai mi par sol un puntino dal mio immodesto veleggio di sapere. Sarebbe ‘l caso che mi perdessi ‘n altrettante pagine solo per le nozioni immagazzinate durante questi dialoghi oggi ma credo che perfino a me, col senno d’un ipotetico me ch’irebbe rileggendole, parrebbero tediose e prive d’un concreto significato intrinseco. Sarebbe casi come s’iniziassi a sciorinar d’ogni botte d’ingrediente che tabulo, ogni possibile, visibile e storico aspetto e caratteristica d’essa, tra una frase e l’altra. Debbo di modo, però, tentar di gittarmi con più frequenza ‘n questi sforzi scribani poiché mi sovvien che tanto de lo che mi prometto di scrivere durante ‘l giorno scivola in fine via colle mie lucidità al venir del vespro. E ciò d’un poco mi scoccia.

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