10/02/1924 – Ore 07:21- #226
Li dì com’oi che vo’ dividendo colla presenza di Lily van di lungo sempre più serrandosi ‘n lo che di malgrado già non ebbi venendo su, ossia quadretti di famigliarità esclusiva e attenta che, di speme, posan li ier citati mattoncini nella maniera più ritta e sana che si pote. Di fatto, vo’ barcamenandomi tra genti, impieghi e confabulazioni col resto del mondo pe’ giorni e giorni, sin l’occasioni necessarie pe’ completar a meglio la figura di uomo ch’anelo poiché ‘n essa v’è la bisogna d’attuar pur come padre, amico e maestro. Quest’ultima mi par sempre ‘sì ricca di contraddizioni e severità ch’è qualché su cui quissà rimugino ‘n eccesso, chi sa casi per non averlo ‘n mente un figuro ch’ì possa considerar tale, chi sa ovvero proprio poiché ogni uno che s’è affacendato tra le mie cotidianità ha avuto modo d’attuar questo ruolo, di seguente filtrato dal mio senno, mi si conceda la superbia, ben più colto. Vo’ di fatto rendendomi conto che l’innumerevoli lezioni ch’il corso dell’eventi, lo che tanti van chiamando fato o attribuendole al voler d’un che divino, stan per vero piccicandosi nell’ego e, di riflesso, nella maniera cui mi pongo verso ‘l fori. E vi piazzo ‘n colino a maglie fitte ‘n più, dì per dì, satollo delle rivanghe sull’accadimenti del dì appresso. E vi sguazzo per mezzore, poscia tali frulli, su questi foglietti. E vo’ di lunga comprendendo la cagione delle spinte di Camille sul prender me pe’ un braccio, schivar la vita di qualche istante e chiosar meco come niun pote fare, spulciando l’anfratti che nell’ore van colmandosi di polvere ch’il mondano e ‘l superfluo sbuffan sopra. Oi mi relego ‘n queste mura tiepide e comprensive, sfaccendando simil d’Ada tra ‘l conforto d’una delle poche compagnie ch’allietano l’intero mio spirito e il drizzar de’ libri sulle mensole come fossero di fatto appese per di dentro al cranio. Nulla più di questo nell’ore di luce ch’arrivan oi, ov’il cogitar più impellente fido sia qual pietanza portar al desco pe’ desinare. Di tutto a punto in marsina comoda, ch’è ‘sì che m’ho da vedermi, e pago dell’unico dì ch’ogni tanto vien pe’ ser goduto ‘n quanto tale.

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