Il Diario delle Vanvere Terapeutiche #220

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04/02/1924 – Ore 06:11 – #220

Nulla meglio del nidor di caffé bollente poscia ‘l lungo bagno caldo della mane, oi ch’è_ancor tenebroso e bianchiccio del gelo di fori. M’ho accostumato a destarmi di pronto che l’occhi s’aprono lo tanto che basta pe’ discernere l’uniche lucette che lasso brillare nella notte e vi trovo molta pace nel saper d’aver tempo d’allentar la fretta per almeno l’ore che precedon le mie sortite pese d’obbligazioni. Di fatto, pur oggi ch’è festivo, vo’ per fabbriche, le aperte per lo meno, a stillar alcuni tabulati per la Mowlmon, un cliente de’ nostri che si diletta ‘n ingredienti di qualità per i carburanti a base d’acqua, forse ‘l tipo più dispendioso d’alternativa al combustibile secco. Mio compito sarà di giunger in Henchester, Bolinthos e un par d’altri luochi ch’or m’oblio e vagar per le stive del retro ‘n cerca delle botti della Mowlmon, appuntarne la quantità di peso rimastane all’interno e trascriverne qualche dettaglio sul foglio appositamente preparatomi dal signor Tinsteel. Tali informazioni verranno poi spedite ai dirigenti commerciali della Mowlmon che, se necessario, incaricherà noi venditori della Frontprice per persuadere, secondo la bisogna, i responsabili delle fabbriche in questione ad aumentare l’ordine se i risultati finora s’han palesato ottimi o ad esplorare varianti chimiche e fisiche alternative ‘n cerca del prodotto più consono alle necessità dello stabilimento. Di tutti l’impieghi svolgibili, tale cade fra i meno complessi delli ch’ho da sbrigare durante le settimane e, col senno di poi, m’è stato saggio lassarli per un dì di festa e ozio come questo che va iniziando. L’oggi, d’ogni modo, resta velato d’una malinconica litania nell’oscuri antri delle mie rimembranze poiché va ricorrendo l’anniversario della dipartita di Francis Treeper, padre della mia genitrice, che tanto m’ha levato nel suo burbero affetto sconfinato. Innumerevoli sfaccettature de lo ch’or paio e quissà sono s’han derivate dal cotidiano divider con elli la parte del desco per desinare, fronte a Theodore, meno propenso al nido famigliare per lo meno d’infuori, e lato ad Adelaide, moglie di Francis fin dall’età maggiore d’entrambi. Vi son tomi di che scriver riguardo sebbene ‘sì tanto fumo va pannando le mie memorie di quell’anni sempre più remoti. M’avrei da recarmi in Newbrick, talvolta, che quissà l’aria e i soni, come sempre accade, catalizzerebbero l’intruglio di storielle e miti che so esser sopito e istupidito dal mio viver odierno. Nel trattempo, tenterò di mantener la promessa scrittami nell’ieri appena scorsi ov’ì mi spingo a gittar più affari ‘n queste paginette, cui per altro ivo valutando, nel cogitar di tutto e nulla fronte ‘l caffè, se vi sian d’apporre persino righi di lo ch’accade per le terre, accorte o lontane, quissà per sottendere ch’il mondo non si confina in questa poltiglia di divagazioni che chiamo ego.

Ore 10:58

Due brandelli della mane m’ha dato di che scriver e smarrirmi in lo che ‘l fare cotidiano tende a elidere per convenienza e istinto. V’era una vecchietta seduta ‘n attesa della carrozza lungo uno stradone oggi deserto di Bolinthos; sporcata d’un sole ancor timido e tiepido, poggiava a sghimbescio sulla panca di legno freddo adibita all’attesa, quissà per comodo stare o taluni acciacchi consueti per l’appassimento del corpo. Tra le bianche mani solcate dall’anni, strizzava un quotidiano, oramai stropicciato per fino nelle sue pieghe di stampa. Le labbrine rosacee socchiudevano a ritmo del discorrere che le avveniva tra le recchie, respondendo mesta alle discussioni ch’ella stessa si proponeva. L’occhi non si scollavano dell’angolo donde avrìa dovuto sortire il cocchiere di lì a poco e poche destinazioni mi parvero consone alla sua persona, quissà la bottega di qualche blocco dinnanzi, quissà l’acconciatore, o più miseramente la casupola d’odor di padelle. Nero vestita e di punto pettinata, per quanto i fragili e sparuti peli sul cranio potessero permetterle, parea fresca di funzione religiosa ch’anche ‘n tale la maginai più accostumata che da fede mossa. ‘Sì parea, di contorno e comparsa all’intera contea, come cartonato dondolato dal vento ch’appoggia inniorato alle spalle dei teatranti, stracca dell’attendere una carrozza ch’arriva sempre quando deve, chessìa la che la riporta a casa o quella del dolce riposo. Tutti i miei danari che traevo ‘n tasca avrei donato per sguazzare mezzora tra i suo’ discorsi ‘n testa e mille volte più per cavar di dentro quel garbuglio que’ ricordi ch’ormai son echi di vuoto, una vita come tante ma come nessuna mai, che si va perdendo con ella, col suo giornale e la carrozza che sbuca dell’angolo. E poi v’erano loro, al bordo di Knighthill, ove già si scorgon i caseggiati meridionali di Lylcoin, fronte all’obituari di carta idrofoba piccicati alla benemmeglio s’una lastra di latta sporca, sorretta da due pali pisciati dai cani. Ambo le mani retro il bacino, strette nelle proprie, v’eran due corpi sin volto che comiziavan davanti ai nomi grassetti corniciati di qualche rigo cordiale. Vite che furono e ch’or restan per qualche settimana in quelle quattro frasette di cordoglio, tutte uguali e ‘sì dissimili tra loro. E i due favellavan di chi fu chi, uno che l’avea veduto trascinarsi alla locanda per un cordiale che durava un meriggio, allungato delle ciarle con l’altri, alcuni ch’or dividevan con elli lo spazio sulla misera latta. I due l’avran per loro il meschiarsi dello stare ritti lì dinnanzi coll’attesa d’esser letti d’altri due, leggendo ‘l proprio nome grassettato su altre carte di pregio. Maledizioni che scudano il timore, nel desinar al desco fianco la moglie, borbottate tra la rassegnazione e l’incomprensione dell’aver smarrito un’altra voce, un’altra seggia occupata davanti al bancone della locanda. Scivolan via le comparse nel modo uguale ‘n cui regi maestranti e cantori van scivolando, nel cogitar confuso e interrogativo, nella debole rabbia che l’inferma età ancor permette loro, nell’infantile illusione di poter offrire una chiara all’altri nomi ora strappati dal funzionario comunale, nella domanda sin risposta se v’è stato senso, senno, giustizia e sufficiente cagione per perdurare memore nell’anni, nello sparuto ricordo di tanti che come loro calcheranno le medesime acciottolate fino a chetare silenti su ‘n foglio di carta decorata. Un battito di ciglia e poi buio.

Ore 17:49

Ho una baracchetta ch’affaccia su Bleedbig Street coll’uscio volto ‘n dentro d’April Street e ch’accomoda fino a mezza dozzina di persona sin fatiche; fin questo momento non è stata utilizzata a fini materiali ché soleo adibirla a deposito di cianfrusaglie e nascondervici alcune obbligazioni che fin la vista non reggevano. Nel meriggio, in vece, m’ho dato di gomito per donarle un viso accogliente e tentare di trovarvici qualche funzione concreta. Non ho avuto molta fortuna colla seconda ‘n quanto or di bene nettata, ospita qualche strumento di lavoro e un desco su cui scrivere e null’altro, vuolsi di poco per un minimalismo oramai esteso a ogni ambito del mio esistere ove m’allieta ver che ‘n vi son per ovunque ninnoli e ciarpame sin funzione o bisogna, vuolsi per il poco spazio ch’in vero necessito, quissà abituato da ‘sì tant’anni a menar le strade ‘n carrozza, a mimetizzarmi nell’angolo più silenzioso delle stanze per scrivere o leggere. O chi sa che altro. Di fatto, non ha da ser riempito di forza, lo spazio, il mio spazio e che sia ch’un dì v’abbia la bisogna di farlo. Saprò d’aver la fredda baracchetta svuota e pronta. Il viola scuro dell’ultimi respiri del dì m’osserva dall’impannate e passerò ‘l resto dell’ore di veglia a scriver di poco o niente sulle varie agendine che sparpaglio qui e lì. Oggi m’è parso un dì più lungo, d’almeno ‘l doppio. Macari l’è stato.

Francis Treeper, Newbrick, Contea di Sageville, 1912


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