01/02/1924 – Ore 20:03 – #217
Ahimè, di dove parto? La giornata ch’ormai volge ‘lla fine m’ha parsa sin termine e vo’ tuttora considerando alcune obbligazioni ch’avrei dovuto completare ‘n giornata. Desto da presto dopo una cheta notte di sonno, ho impiegato alcune mezzore della mane, prima di sortire, per qualche guazzabuglio rimasto ‘ncor appeso da’ giorni passati. Nulla d’impegnativo sicché non avrei avuto ‘l modo d’approfondir niuna data la mia necessaria presenza in Powles verso la nona ora del dì. V’ho trovato Stewart e Claudette, presso la Letterlong Factory del posto, coi quali avrei spartito molte ore di attività inventariali, tediose e faticanti. Nonostante quest’implicazioni, è stato rinfrescante poter porre in saccoccia qualche entusiasmo tratto dalla socialità inerente e ‘l mio umore ne ha risentito positivamente sebbene nemmeno creo n’avessi ‘sì deseo. Essi han saputo fermarsi come volenterosi operai nella nostra enorme schiera di colleghi e non mancan l’occasioni per coinvolgerli ‘n obbligazioni dalle quali posson traerne lauti vantaggi pecuniari, me ne rendo sovente avvocato all’occhi del signor Tinsteel. Si son fatte le quindici prima che potessimo considerare completate l’operazioni di inventario delle merci e dell’ingredienti presupposti e presenti presso lo stabilimento. Sulla via for dell’edifizio, abbiamo scorto il signor Tinsteel venirci contro; l’impellenza d’una riunione improvvisata sull’argomenti e dettagli necessari per svolgere l’attività della prossima settimana l’ha costretto a recarsi presso noi nell’unico momento della settimana ‘n cui sapeva c’avrebbe accalappiato tutt’insieme. Concluso questo incontro informativo, s’è appartato meco per discuter ulteriori svolgimenti e sviluppi e, lo che m’ha parso, pe’ sfogar un par di frustrazioni che li pendevan del naso. M’ha rincorato, tale frammento quasi intimo sicchè ammetto che quissà necessito ancora d’ogni tanto la comprensione sulle quistioni lavorative che solo il signor Tinsteel m’ha mostrato di dominare ed armeggiar con maestria. M’accoccolo spesso nella consapevolezza d’aver seggiola di riguardo fianco ad elli e ch’il rispetto omertoso che mi pone, sovente assegnandomi interminabili settimane d’obbligazioni tediose, lo celo com’uno dell’adagi più calmanti che posso fischiettarmi. Ma di modo, via poi, son giunto presso April Street colle prime sbavature del crepuscolo, l’arti inferiori acciaccati e una smisurata sete di chiara ch’ho dovuto reprimere al meglio poiché una pila di carte attendeva fremente sul mio scrittoio. Ada m’ha raggiunto solo per qualche minuto, nei quali s’è limitata a poche sillabe di cortesia e una qualche faccenda di poco conto. Mi passa or per la testa che ‘n trovato la maniera di scriver su queste paginette molteplici volte durante il mio vagar alla luce delle sole, quissà dato dalla sensazione di non possedere sufficiente tempo per tutte l’attività previste dal mio programma tan severo quanto necessario e, d’un poco, m’infastidisce. Non per la nefasta sensazione ‘sì odiata ‘addietro che m’urlava che ‘n concludo più di poco nel dì, quanto per la brama scalpitante ch’ho di dentro di quest’ultimi tempi del voler narrar del nulla e ‘l tutto ‘n ogni minimo particolare. E sia, che già mi attengo alla cronaca ruvida e gelata del fatto, e di rado del pensato e cose attigue, ma s’avrebbe da sciorinar per ore e ore se le vicende ch’occorrono cotidianamente mi dessero per pari ‘l tempo adeguato per descriverle. S’altalena, com’è di norma, nevvero? Verran li giorni col tempo ch’avanza e poco di che dire e, per ora, ci si contenta di buon grado.
Da “Il Diario delle Vanvere Terapeutiche di Arthur Parker”

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