Il Diario delle Vanvere Terapeutiche #215

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30/01/1924 – Ore 15:45 – #215

Ada s’è palesata presto stamane, casi divinando ch’avessi la bisogna d’un par d’occhi che mi tenessero la mano al morso nel mentre mi scapicollavo sulle cartacce dell’obbligazioni da programmare pe’ i giorni a venire. L’intera dimora, adesso, sospira d’un fragrante muschio e gladiolo ch’inverosimilmente attribuirei ai miei operati domestici. La mane ha incipito più che bene, colle membra ben reposate pe’ la notte lunga di sonno, e son riuscito ad archiviare parecchi tabulati ch’alla fine del mese me lo pregano sin tanti giri di parole. Poscia qualche mesto boccone freddo raccatttato dalla dispensa, ho raggiunto anche il barbiere per una celere toelettatura e quattro ciancere sin fine. Di torno ‘n April Street, v’era da pianificare l’impegni de’ prossimi dì fuori delli confini di Bolinthos e, colla cartina stropicciata ricuperata d’una cassettiera, ho segnato sui bordi dell’agenda le varie percorse c’ho da gestir entro il vespro della domenica. M’attendon travagli che d’un po’ non esperivo. Il resto della mane, in vece, l’ho scorso su alcune pratiche ch’in serata verranno confabulate presso ‘l circolo letterario, alcune bozze d’articoli d’intrattenimento ch’avrann di che cangiare una volta che le teste di tutti vi metteran propria opinione. Che sia, d’ogni modo, poiché per quanto mi sia dono di natura quest’impostazione alla stesura di tali scene, articoli e quadretti, v’è il mancato guardo di chi, per di fuori, osservandole avulsamente con fare fresco, ne trova i garbugli sottili ch’han scappato le mie attenzioni pe’ l’entusiasmo della creazione. Oi m’è giunta una missiva da Lara che m’offre un meriggio di svago. Non mi son ancor prestato alla risposta ‘n quanto ‘n balia delle mie obbligazioni ‘n scadenza. Quissà, dimani, ricupererò ‘l portalettere pe’ lassarle un messaggio diretto pe’ parola. In qualche mezz’ora mi sarà d’uopo imbellettarmi di proposito pe’ la lunga sera tra i soci che mi si presenta e non credo sarò di molte parole di mio ritorno, col buio e ‘l sonno che quest’incontro al circolo mi lasseranno nelle tasche. Di poco mi vedo già, sull’usual morbidezza della poltrona dalla quale or scrivo su ‘ste carte, colla marsina usata e profumata d’altre stanze e genti, sfatta nelle giunture e col capello sciapo e secco che vuol solo poggiar sul guanciale. Quissà mi parrà d’aver spremuto poco del dì trascorso, ché mi conosco fin bene, e mi contenterò d’aver questi brani sulla carta pe’ darmi contrario e lietarmi del meritato riposo. Vi son dì più lassi, dì più in fretta e dì di nulla e non tutti l’aspetti d’essi dipendono dal mio fare, o perlomeno, ‘sì mi conviene ripetermi pe’ intenerire l’umore gramo che per fisiologia ha d’apparire, di tanto ‘n tanto. Ah, ‘l solo discorrerne mi riporta a Camille e ‘l nostro arare fanghiglia ‘n cerca del senno che soleo sfoggiare ogniddì. E già sto meglio.

Da “Il Diario delle Vanvere Terapeutiche di Arthur Parker”

Lara Maney, 1924


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