Il Diario delle Vanvere Terapeutiche #27

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26/07/1923 – ore 04:59 – #27

M’aggraderebbe ser più prolisso ‘n questi foglietti che di tante parti paion voler fuggirmi ma non dispero, già tante volte addietro mi vidi incipire slavine di coscienze e vagheggiamenti vari che ‘ncor mi chiedo quante pagine porrìa or contar s’ì non avessi smarrito più della metà d’esse. Ch’infine sto novamente chiosando meco come son e son stato sempre propenso fare e quissà tale eruzione inchiostrata è solo ‘l mio non voler leggere le risposte alle quistioni opprimenti ch’ho da frontare per ovvio. Sia da tale trialogare meco, essì poiché andrò un dì di buon stare qualchesia la cagione per cui lo chiamo tale, che mi s’allena la mano ad un’autonomia staccata ed estranea, casi estensioni del mio proprio senno. Orbene, senno, di ‘sti tempi grami mi par quasi più auspicio. Ma ‘l prender senso delli simboli e segni e svirgolate imbarazzate che coprono ‘l bianchiccio della carta m’è cagion di gaio soddisfacimento poiché veduto come riflesso di diritto viscerale contra ‘l ventaglio di tensioni e impicci che giornalmente non fan null’altro ch’alimentarsi a vicenda. Nel momento che i labbri van anticipando lo scritto e lo scarabocchiare s’appalesa illeggibile, è lì ch’ì scorgo il nascer del flusso di coscienza che tanto s’è portato a ser nominato in vano quando cedon le subordinate e sbizzarrisce la punteggiatura divenendo suppellettile prendipolveri da mensola. In tal gorgoglìo di tuttennulla v’è lo scandir sin freno del senno più puro e vero ch’ogni uno, di fondo, cela di dentro. Che lo si cela a fare, mi dico, orbene è motivo di vanto e orgasmo e lo si deve astringere al seno fino a che non vi sia poi ‘l modo, quel poco più elegante e qualsivoglia comprensibile di confinarlo nella grammatica scolastica e nello stile che più gli si conviene, ‘n un secondo o perfino terzo tempo. Ché per vero, questo ben si meritano i nostri più reconditi peregrinaggi del senno, vuolsi per superbia, o per costruzioni menchemeno considerate della società. Ma che resti come nacque, tuttavia, perentorietà in la ricercatezza di pari passo al minimalismo sagace del contesto e della ragione in sé.

Da “Il Diario delle Vanvere Terapeutiche di Arthur Parker”



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