Il Diario delle Vanvere Terapeutiche #209

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24/01/1924 – Ore 07:02  – #209

Mi pare che l’ottime intenzioni che serbo al calar del sole si sfaldino sin ritegno al trillare della sveglia. Si badi che nulla m’impedirebbe d’impostare un’ora appena più tarda per la levata ma una delle solitanze ch’in fine so esser buone pare sempre la del destarmi prima de’ galli e del sole. Ché poi, a pensarci, se ‘n avessi lassato ch’ì toccassi il letto quand’era già notte inoltrata, discorrerei ‘n maniera molto differente e meno lagnosa. La giornata che mi si pone davanti non è ‘sì male, considerato che debbo giunger il prima possibile in Augustine per poi dirigermi a Henchester e Glasspool. Un tragitto che m’aggrada di prender al meno due volte per luna. Tuttavia, è qualche dì che, fori delle calde mura d’April Street, avverto una tenace nostalgia del mio poltrire su questi fogli colla sciocca pretesa di confinarmi allo scriver e nulla più, sebbene capicolli sull’aver nulla da sciorinare se le terga non lassan la poltrona per tutto ‘l dì. Limpida, nevvero, la pigrizia ch’ì tento giustificare talvolta.

Ore 09:34

Lode al tumulto migratorio ch’il mio impiego mi forza d’attenermi ché in tal cangiar di luogo e carrozze, mi trovo sovente meco a chiosar de lo che questi foglietti e li scritti d’altri m’eclissano, cecandomi e appena deridendo quell’interrogativi che per lungo tempo mi posi e che forse solo misi a parte sin risposta che m’abbia mai satollato. E mi scopro orsì filosofare su quanto m’aggraderebbe che l’impiego mio diario pe’ fabbricacce e contee distanti fosse lo ch’arrota ‘n fretta le lancette. Quantunque l’umore mio, oramai ed or più che mai sia eccellente, ne li vari aspetti, imprevisti e situazioni ch’il fato m’appone innanzi, percepiscesi ‘n tocchetto, fugace e piccicoso, quasi frutto d’un ragnetto cui disfo l’ore di tribolazioni e col viso sciaguro il suo reticolo. ‘Sì mi pare d’esser, con di veleno non mortale ma acidulo qualche goccioletta poggiata a bordi delle labbra. E quanto vi trovo bene ‘n questi monologhetti ch’impiastro assettato così, in questa locanda desolata e pomposa alle porte di Augustine, ove la neve ormai marrone regge più delle rocche ai calci spensierati de’ bimbetti che passan via. Non ricordo stagione ‘sì priva di bianco ‘n queste zone di monti e vacche. Bene venga al mio errare, tuttavia, ché ‘l cocchiere non ha da scender della serpa pe’ vangar via ‘l ghiaccio della calle. M’affretto di finir, orora, l’ultimo tepido sorso di caffè e incipirò d’un grosso stabilimento ‘n centro ad Augustine colla speme d’aver di che gioire dello star via d’April Street pe’l giorno intero.

Ore 15:12

L’ho apposto ‘n lirica nell’altro taccuino sgangherato che solgo portar meco, ‘n quattro rimette scapestrate che ‘l mio altro fanciullo ancor sognante di campar di carmeniche spesse volte getta sin pensar molto: s’ha da cangiar qualché. Vuolsi una moltitudine di piccole cosucce che fan parte del mio cotidiano girovagare ‘n cerca d’una risposta assennata o quissà un carattere ben chiaro e descrittivo de lo che paio come persona o de lo che faccio in concreto. Tutto ciò poiché permane, di fatto, una sensazione ch’il mio gaio movermi pe’ le vicissitudini diarie col riso facile e l’affabilità esagerata siano molto più leggeri e pallidi di lo che dovrìan. E questo mio malsano arroccarmi ‘n frasi di frasi di parole e tantaltre ancora, giorno per giorno, fa da scafino. E questa pennetta i remi belli lucidati che a stento so far roteare vigorosamente pe’ fuggire da lo ch’in fine debbo frontare. Ma ahimè lo ben so quanto far scalpitare i ginocchi non serva a far dell’uomo un uomo, bensì propio lo statuario interporsi tra ‘l miraggio de la rosa dai mille petali ‘n lontananza che m’acclama e la questua aggressiva che mi si chiede mentre colle pugne strette mi tappo l’orecchi e fingo di non udire. Essìa, allora, che sia come mi dico per quanto non mi ci trovi d’accordo. Si chiami Ada che rassetti come mai prima questo focolare di filosofie contradditorie. Si chiami Camille che schiaffeggi questa boria sapientina via dalla mia comoda onnipotenza. Che si chiami anche Mark, l’omettino della locanda dei giuochi, che mi svaghi quando ‘l faticare dell’evasione dalla crisalide verrà a chieder dazio ad ogni mia forza restante. E che vado a scriver ordunque ‘n questo istante? Delle mie pigre faccende dell’impiego che perpetuo nello scansare abilmente lo tanto che serve per non percepire la frustrazione? Orsù. Qual fandonie mi ripeto. Tutto ‘l tempo che passeggio ciarlando del mio inarrivabile montorio e poscia ‘sì, a tirare le somme con l’unico a cui tali somme importino, il sottoscritto. Che sia l’ultima volta ch’ì mi trovo a esternarlo coll’inchiostro ché da dimani, io fui.

Da “Il Diario delle Vanvere Terapeutiche di Arthur Parker”

Gross Fuel Company, Augustine, 1924


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