19/01/1924 – Ore 11:39- #204
M’accingo a passar le prossime ore sulla locomotiva che da Bolinthos mi porterà a Gersburg per sbrigare qualche veloce pratica amministrativa per conto di Lily e consegnarle alcuni suppellettili che ha scordato in April Street nel fine settimana appena trascorso; non mi son mai preso la briga di sfruttare i viaggi lunghi per scrivere sui miei taccuini e diari, principalmente per pigrizia e per sfruttare l’ore in le letture che ‘n trovano mai spazio durante i dì. Tuttavia, oi ch’il perfido pantano colloso che va seguendomi da giorni par mollare appena l’abbraccio, mi veo voler dedicar più tempo a queste pagine, sia inoltre l’umore buono che le scarse e brevi attività sociali dell’ultimi giorni han generato. Ieri, di fatti, arrivato a Saint Maurice nel primo meriggio, ho svolto alcune attività inventariali presso una rivendita di tabacchi, mansione che ‘n svolgevo da parecchi mesi e, per più, mai da solo com’ieri. Il signor Tinsteel era per l’appunto impegnato nella stesura di alcune guide istruttive da distribuire ai suo’ subordinati e, nel telegramma recapitatomi in serata, mi chiedeva consulto per saperne le mie opinioni e andava cercando una solida approvazione nel sottotesto. Ciò non falla nel gonfiar quell’ego ch’una volta parea esser la mia droga ma ch’oramai sta genuflesso docile sin influenzare di molto le mie emozioni. Presso la rivendita di Saint Maurice ho potuto fare conoscenza e, per qualche minuto, collaborare colla proprietaria dell’attività, una donnina di aspetto gentile, dall’accento ancora compromettente sulle sue origini d’oltreoceano e un robusto fisico da matrona. La carnagione scura, l’occhi grandi e dolci e ‘l guardo interrogativo ch’essi spolveravano pella stanza mi costrinsero a dilungarmi sull’efficienza potenziale e dimostrabile della mia attività. La donna parve rincuorata dalla mia solare disponibilità e mi vidi allietato nel sentirmi offrire una bevanda calda come segno di riconoscenza. Rifiutai con plausibili scuse poiché reali.Compagnata nella gestione di quella minuta bottega sulla strada, il marito e la madre non trattenevano anch’essi l’incipit di ciancere ch’apprezzai per la cordialità, forse esacerbata dalla sfortunata locazione del negozietto che, a quanto mi parea, non deve veder molto trambusto ‘n qualsiasi ora della giornata. A lavoro ultimato, la carrozza m’ha trascinato lentamente in April Street ov’ebbi solo ‘l tempo di nettarmi appena poichè sarei dovuto correr verso il luogo dell’appuntamento con Juliet. Arrivai puntuale e l’aspettai fori dal suo portone, ‘n una parte periferica di Bolinthos che non solgo battere pe’ la sterilità dell’ambiente. Non ho memoria di volte addietro ‘n quali Juliet non m’abbia accolto con un sorriso sincero e ieri non ne mancò ancora. Ci siamo diretti poco lontano, in una taverna mediocre all’angolo della strada attigua ch’offriva un ampio spazio tavolato anch’aldifuori del salone riscaldato. Poscia aver considerato la mia inclinazione al tabacco durante le bevute, ci siamo sistemati all’aria del freddo meriggio, accanto ‘l focherello che l’oste avea acceso per nostro bene. Ivi lassai discorrer molto la mia ospite sull’ultimi sviluppi delle sue faccende personali e carrieristiche e fui scaldato più dal senno delle sue epifanie che dalle fiammelle che ci bisbigliavano di torno. Mi premurai, prima di compagnarla novamente verso ‘l suo domicilio, d’esplicarle il mio costante senso d’ammirazione per lei. Molte frasi s’or ci penso mi son rimaste incatenate ai pensieri ma tali con buona probabilità dovettero essere. Sull’uscio, Juliet m’ha dimandato la disponibilità d’un altro incontro prima che ella debba tornare dal congedo lavorativo e m’adopererò per soddisfarne la richiesta, nella speme d’aver il tempo di cercar una taverna più accogliente e calda. Col senno di poi, non mi son concesso nemmeno una fumata di pipa durante il dialogo con ella. La mia serata è finita ‘n maniera stereotipata, afflitto dal tepore del salotto soporifero a cui ho resistito per qualche ora. Stamane, l’ombra d’un me che non m’aggrada era incorniciato da una fitta nebbia cotonata che si scioglieva ‘n tutti i vicoli di Lylcoin e del confine con Knighthill. Ho raggiunto Charlotte presso una locanda di Knighthill verso la nona ora del giorno ove aveo pensato di placare appena la fame e lì vi trovai anche la compagnia di Victoria Kurt’s ch’ho scoperto stava condividendo l’attività della giornata con la stessa Charlotte. Victoria è una signorina vivace, dalla lunga chioma corvina che l’abbassa più del necessario e da una smorfia cordiale affaticata dai lunghi viaggi che le sue mansioni le richiedono. Anch’ella, come Charlotte e come Juliet il giorno prima, non ha trattenuto l’ecclatanti e affettuosi convenevoli per il sottoscritto azzardando anche amichevoli baci ch’han arcuato un pel in più anche il mio ormai solito sorriso cheto. Vò questionandomi ‘ncora s’uno è causa d’altro o viceversa. Mi son trattenuto qualche decina di minuti con esse poichè l’impegni per tutti e tre si sarebbero fatti più tediosi s’avessimo dilungato le vanvere ma è stato un piacevole quadretto gaio che spero di poter esperire novamente al più presto. La locomotiva ora sta attraversando chiassosamente le brughiere della regione di Hastings, o perlomeno ‘sì pare da questo lato del vetro e lasserò altre digressioni e cronache per la seconda parte del mio viaggio odierno.
Ore 15:48
Gersburg m’ha accolto con un respiro gelido atipico compagnato dalli soliti venti scorbutici. Ho sbrigato celermente tutte le questioni ‘n sospeso, senz’intoppi di sorta. Sono riuscito anche a concedermi qualche minuto con Lily e m’ha rallegrato poterla osservare ‘n salute e di bonumore. A questo momento mi trovo sul vagone della locomotiva che mi riporterà a Bolinthos e, da colà, colla prima carrozza mi recherò in April Street ove spero d’aver tempo sufficiente per organizzare il dimane visto ch’al mio arrivo dovrò anche attendere una riunione di lavoro con la dirigenza di uno dei nostri distributori e, se necessario, me ne vedrò discuterne a posteriori ‘n questi fogli. Rimugino molto ‘ncora sull’ovattamento assiduo de’ mie’ buoni propositi ma ‘l viaggio di lavoro odierno ha appicciato vari focherelli ‘n la mia mente ch’ho riacquisito tasche di positività da giorni sempre più scarne, quantunque iperbolicamente a livelli mai osservati. Recarmi in Gersburg e aver l’ora per ambular tra alcune calli familiari rinnova in me una nostalgia rancorosa ma alla quale mi vedo romanticamente anelare, detestando l’ometto che fui e non l’ambiente circoscrittomi durante quel fugace periodo di studi prima di tornare a Newbrick. Volte ripetute mi trovai a desiderare di tornarvici, colla testa e la storia ch’indosso adoggi e prontamente, tal fantasiare si sgretola nell’ormai banale e comprovata realizzazione che lo che fui allora fu la scuola migliore per lo che sono or ora. ‘Sì mi chiedo pe’ qual gineprai m’avrebbero portato alcune scelte, alcune risposte, alcune costanze ma quissà non avrìa approdato ‘n un porto tan sicuro e riparato come lo ‘n cui mi trovo: inoltre, il classicismo letterario derivante dagli studi stoici cui mi fiondo con sete più che spesso non manca d’offrire costanti dimostrazioni del poco che si necessita per ovviare_a_un porto non più gradito. Navi ve ne son in moltitudine ‘n sfilata alle banchine ma, di fatto, resta a me l’onere d’issarne l’àncora. Che sia simile pure ‘l cangio impellente che m’alienerebbe dal pantano contemporaneo?
Da “Il Diario delle Vanvere Terapeutiche di Arthur Parker”

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